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Parla il secondo testimone del passaggio di Emanuela nel convento all'Aventino, nel centro di Roma. "La voce tra i monaci è che restò una notte. Ad assisterla c’era una suora. Passò dalla porta a sinistra”. Nello stesso monastero alloggiava il frate-spia della Stasi. Coincidenza o prova risolutiva?

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La nuova fonte del caso Orlandi-Gregori - un laico, romano, esperto di cose religiose, residente in un quartiere a ridosso del Tevere, la cui decisione di raccontare ciò che sa è stata stimolata dall’analoga scelta compiuta qualche mese fa da un monsignore ultranovantenne – adesso ci spera. 
Lo incontro in un luogo segreto. Ha un abbigliamento casual: jeans e maglietta scuri. Appena mi vede arrivare sulla mia 500X rossa, mi fa un sorriso sghembo. Non fuma, ma si vede che è nervoso. Ha paura di incrociare qualcuno in mia presenza. “Seguo il caso da molto tempo – dice, poggiandomi una mano sulla spalla – Ormai siamo arrivati a un passo e io la verità non la temo. Lo dobbiamo a Emanuela, a Mirella e ai loro familiari che hanno tanto sofferto”.
Una prima circostanza va rimarcata: le nuove rivelazioni sono sovrapponibili a quelle giunte di recente da tutt’altro versante, l’ecclesiastico che per primo ha riferito che Emanuela Orlandi la sera della scomparsa, il 22 giugno 1983, fu portata nel grande complesso di Sant’Anselmo, all’Aventino, e da lì, nelle ore successive, trasferita in auto verso Nord.

Dice adesso la seconda, importantissima fonte. "Alcuni monaci benedettini di Sant'Anselmo mi hanno confermato, per averne parlato con dei confratelli, un breve soggiorno della Orlandi nel loro convento. La voce è che restò una notte. Ad assisterla c’era una suora”.

Il nuovo testimone è determinato, sa il fatto suo. “Quando verrà il momento a Piazzale Clodio ci vado, ci puoi scommettere”, premette: “Certo – aggiunge - i frati potranno pure spaventarsi e negare, anche se ho motivo di ritenere che due sono bravi, e non mentirebbero. Ma comunque, davanti a un magistrato, non sarà possibile cavarsela tanto facilmente! In caso di riapertura dell’inchiesta, i presupposti per accertare l’accaduto ci sono tutti. Quindi, vale la pena provare. Ripeto: lo dobbiamo a Emanuela e Mirella".

aa2Riassumendo.

Il Testimone1 – l'anziano monsignore – afferma di essere certo che la figlia del messo pontificio sia stata uccisa nelle ore successive alla scomparsa, dopo essere stata affidata a tre monaci del convento di Sant’Anselmo, caricata su un’auto e trasferita verso il Nord Italia, dove sarebbe giunta senza vita. Nei giorni successivi - secondo tale scenario - sarebbe partita la sporca e gigantesca operazione di utilizzo e manipolazione in chiave anti Wojtyla della scomparsa Orlandi (e Gregori). Complotto nel quale avrebbero avuto un ruolo dominante i servizi segreti francesi, il cardinale Poletti, ambienti della malavita e personaggi da utilizzare per la gestione operativa (telefonate, contatti preliminari con le ragazze), come quel Marco Accetti indagato nel 2013 e poi prosciolto.

Il Testimone2 – il laico che si è guadagnato la fiducia di alcuni religiosi - parla di un “soggiorno di una notte” a Sant’Anselmo e aggiunge due dettagli. Primo: la presenza di una monaca con Emanuela (“per tranquillizzarla ed assisterla, la voce che circola è questa”). Secondo: l’utilizzo della porta d’angolo sulla facciata di Sant’Anselmo, situata a sinistra rispetto al portone centrale della basilica (“erano le sette di sera, l’ora dei vespri, e quindi l’ingresso normale era chiuso: chi prese in consegna la ragazza era stato rifornito della chiave”).

Il quadro, poco alla volta si sta insomma riempiendo. La conoscenza di un particolare tanto preciso relativo alle modalità di accesso della ragazza nel complesso benedettino fa riflettere, ma è soprattutto l’ingresso sulla scena di una suora da non sottovalutare. Chi era – se le rivelazioni dovessero essere confermate – questa religiosa?

L’unica suora apparsa nella vicenda Orlandi ad avere avuto un ruolo significativo, tanto che fu più volte sentita dagli inquirenti, è stata suor Dolores, la direttrice dalla scuola di musica di Sant’Apollinare all’uscita della quale – quel maledetto 22 giugno 1983 – Emanuela telefonò a casa, parlò con la sorella Federica e poi sparì. La religiosa fu molto attiva nelle prime ore della scomparsa al punto da assumere un’iniziativa che, riconsiderata oggi, potrebbe indurre a più di una riflessione: ‪alle 5 di mattina‬, ora assolutamente anomala e irrituale, suor Dolores telefonò infatti a casa di Raffaella Monzi, la compagna di musica che era stata l’ultima a vedere la scomparsa. Fu la stessa ragazzina a raccontarlo a un giornalista un mese e mezzo dopo, il 7 luglio 1983.

Come si spiega la telefonata? Tanto allarme, riletto adesso, conduce a qualche retroscena? In fondo era solo la prima notte fuori casa. Fu soltanto l’ansia incontrollata a indurre suor Dolores a buttar giù dal letto un’intera famiglia del tutto estranea, oppure non si può escludere la conoscenza di qualche altro elemento?

Un indizio importante, per tentare una ricostruzione, chiama in causa l’anziano monsignore: a che ora (stando a quanto gli è stato riferito da ecclesiastici di ancor più elevato rango) Emanuela Orlandi sarebbe stata caricata in auto (viva), all’Aventino, e trasferita verso il Nord Italia? Nella tarda serata del ‪22 giugno‬, nelle prime ore della notte oppure all’alba del 23?

Le possibili fonti da ascoltare e mettere a verbale, nell’ambiente degli abati, priori, rettori e semplici monaci benedettini che si sono succeduti in 35 anni e hanno raccolto “brandelli di verità” nella penombra del monastero, sarebbero molte: almeno una decina, in maggioranza di nazionalità straniera.

Una sorta di “rete di frati”, insomma, potrebbe fornire accelerazioni inaspettate a favore dell’accertamento dei fatti. Ma attenzione, le parole sono importanti, specie in vicende nelle quali il timore di guai o ritorsioni rappresenta il principale “disincentivo” a farsi avanti. Questa rete di religiosi seguaci di San Benedetto da Norcia non va considerata a nostro avviso omertosa, ma tramortita, disorientata, spaventata dall’enormità di ciò che sarebbe avvenuto nelle sacre stanze a loro familiari (il sequestro di una ragazzina concluso con un omicidio), e quindi per tanto tempo quasi naturalmente portata a uno sbigottito silenzio. Non vuole essere una giustificazione, sia chiaro, ma solo un tentativo di comprendere il contesto.

E non è finita: c’è anche un terzo testimone, purtroppo defunto, a consolidare la pista di San’Anselmo. Una personalità in vista e a conoscenza di molti segreti della Prima Repubblica: Fernando Imposimato. Il magistrato-senatore, che per decenni ha indagato su scandali e omissioni vaticane, riferendosi all’ambiente “che quasi certamente ha avuto un ruolo nella vicenda Orlandi”, nel libro “Attentato al Papa” rivelò: “Il personaggio di maggior spessore della rete di spie della Stasi era il monaco benedettino Eugen Brammertz, quello che girava per Roma con una Maserati biturbo color giallo oro e faceva il giornalista all'Osservatore Romano”, il quale “tra il 1976 e il 1985 ha alloggiato nel complesso annesso alla basilica di Sant’Anselmo all’Aventino”.

Pure il monaco sulla Maserati gialla era lì? Coincidenza o prova risolutiva?

Eccolo, dunque, il Testimone3. Anche Imposimato, per spiegare i complotti di quegli anni, concentrò i sospetti sul convento benedettino all’Aventino (teatro peraltro di diversi fatti incresciosi, dall’enorme buco di bilancio a relazioni scabrose nelle celle dei monaci). Nel 2002, l’allora parlamentare si recò personalmente sul posto, ma fu respinto con perdite: “Chiesi al personale della portineria se potevano darmi notizie sul monaco Brammertz - scrisse Imposimato - ma mi guardarono visibilmente seccati e diffidenti e mi risposero sbrigativamente che non conoscevano alcun Brammertz”.

Nuove rivelazioni, una suora misteriosa e un gruppetto di frati a quanto pare ben “informati dei fatti”, in sintesi: il nuovo punto della situazione alla luce di quanto emerso in tempi recenti è questo.

Il puzzle non è ancora completo, certo, ma rispetto ai decenni trascorsi ora almeno esistono un luogo, uno scenario e una fitta trama di possibili testimoni, forse in grado di consegnare all’autorità inquirente la cosiddetta prova delle cento pistole.
Basteranno le nuove tracce ad arrivare, in un giorno non lontano, alla tanto attesa verità sulla “ragazza con la fascetta” e sulla sua coetanea dai capelli ricci?

Nelle foto: la porta d’angolo, all’ingresso della basilica di Sant’Anselmo: da qui sarebbe stata fatta passare la ragazza la sera del 22 giugno 1983, in vista del successivo, immediato trasferimento verso il Nord Italia; Emanuela Orlandi alla prima comunione; la piscina dei frati del monastero di Sant’Anselmo; la basilica Benedettina

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Fabrizio Peronaci 
La tentazione di Fabrizio Peronaci
Giornalismo Investigativo by Fabrizio Peronaci

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fabrizio12
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Sono Fabrizio
Vi parlo un po' di me


Ciao a tutti, piacere. Il mio nome lo conoscete. Sono nato lo stesso giorno di Fabrizio De Andrè e Roberto Baggio e ciò, per ragioni diverse, mi inorgoglisce. Del primo, amo la poesia, la naturale empatia con gli ultimi e la giocosa sfrontatezza verso i potenti. Del secondo, apprezzo la fantasia in campo e la ricerca di un equilibrio fuori. Ai tempi delle elementari (Garbatella, Roma) correvo dietro a un pallone e al suo mito (Giggiriva). Delle scuole medie (Eur, Roma) custodisco con affetto le intemerate della professoressa Calvosa e le scazzottate con gli amici nei rettangolini di prato di fronte al Colosseo quadrato. Al liceo (scientifico) mi appassionai con differenti intensità ai poeti ermetici e alle ragazzine, con preferenza per quelle che avevano la borsa di Tolfa. Il 16 marzo 1978 tutto mutò quando fummo convocati in aula magna – le classi ammassate, concitate, le prof in lacrime – perché era successo un fatto grave, enorme, terrorizzante. Lo spartiacque. Il passaggio dall’io al noi. Il 23 novembre dell’80 ero nell’atrio della scuola, arrampicato in cima a un montagna di vestiti da ammassare in un camion per l’Irpinia. Negli anni universitari (La Sapienza, Roma) mi divisi tra Romeo & Juliette, Jim Thompson e le riunioni-fiume per mandare in stampa un giornale scanzonato e non allineato. Intanto, in sella a una Vespa rossa, facevo la gavetta in piccole testate. E nel giro di poco fui addirittura assunto. In un giornale vero. Con la previdenza e l’assistenza, la tredicesima e le ferie pagate. A 23 anni. Un sogno, di cui oggi porto un crescente senso di colpa pensando alle generazioni successive. Mi occupo da molto tempo di cronaca nera, malagiustizia e reticenze del potere. Della mia città amo le banchine del Tevere, la scalinata di viale Glorioso e i cancelli (intesi come stabilimenti balneari). Poesia preferita: “La ballata delle madri”. Canzone preferita. “Il testamento di Tito”. Film preferito: “Pauline à la plage”. Libro preferito: l’ultimo letto (“Omicidio al Giro”, di Paolo Foschi). Attitudini più gradite: generosità e coraggio delle idee. Meno gradite: arroganza e opportunismo. Lavori in preparazione: un romanzo-verità sulla storia di una suora vittima di stupro.