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padre Saverio Cannistrà foto

Sesso gay e droga nei viali di Villa Borghese, c'è anche il “dossier carmelitani” sul tavolo del Papa. Ecco i nomi “secretati” delle tonache sott'accusa. Bergoglio nel 2015 chiese scusa ai fedeli. Parole cadute nel vuoto: il processo canonico non è mai iniziato. E’ tutto raccontato nel libro “La tentazione”, ma si finge di non sapere (nella foto Saverio Cannistrà, Padre Generale dei carmelitani)

Dopo la pubblicazione del dossier dell’ex nunzio Carlo Maria Viganò, che è arrivato a chiedere le dimissioni di Papa Francesco, l’attenzione dell’opinione pubblica si è riaccesa attorno all’emergenza pedofilia in Vaticano, ma anche a tematiche connesse, come il proliferare di scandali gay e di comportamenti di dubbia moralità tra le tonache (delitti in violazione del sesto precetto del Decalogo, in base al codice di diritto canonico).

Uno di questi scandali, come si sa, lo scorso anno ha colpito il segretario del cardinale Francesco Coccopalmerio: nell’abitazione di mons. Luigi Capozzi, in zona San Pietro, le forze dell’ordine allertate dai vicini trovarono inequivocabili tracce di orge in corso e di polvere bianca. Il segretario fu spedito a pentirsi in monastero e il cardinale, che dichiarò di non essersi accorto di nulla, non fu toccato.

Adesso, con il dossier Viganò, il problema si ripropone. Il nunzio odiato da Bergoglio, che ha reagito rifilandogli l’epiteto di “cane selvaggio” (il che rende l’idea del livello di scontro), nel suo memoriale ha messo nel mirino anche lui, il superiore di mons. Capozzi, quel cardinal Coccopalmerio definito “uno dei tanti prelati che appartengono alla corrente filo omosessuale favorevole a sovvertire la dottrina cattolica”.

E così il cerchio si chiude. 
Il filo che unisce S.E. Coccopalmerio allo scandalo dei carmelitani scalzi è stato annodato dal monaco firmatario della denuncia che tre anni fa ha scosso l’ordine di Santa Teresa, e in particolare la sua sede principale, la Curia Generalizia di Roma, al punto che Bergoglio fu costretto a pronunciare pubbliche “scuse” ai fedeli durante l’udienza del mercoledì (era il 15 ottobre 2015). Quel frate coraggioso, padre Alessandro Donati, in base a una consuetudine implacabile invece di essere ringraziato e apprezzato per aver servito Cristo e la Chiesa è stato prima calunniato da voci interne (“la spia”, “’l’infame”) e poi trasferito il più lontano possibile (in Belgio, addirittura).

Ma la sostanza e i documenti ufficiali nero e bianco restano. Dopo il dossier Viganò, c’è il dossier Donati a creare imbarazzo nelle sacre stanze. Cosa sta succedendo nella Chiesa dello sbandierato rinnovamento e della trasparenza del Papa venuto “dalla fine del mondo”?

Le 15 pagine del memoriale, pubblicate in allegato al mio libro “La tentazione”, spiegano molto e sorprendono. Altro che nuovo corso. Omertà e reticenze la fanno da padrone. La storia molti la conoscono a grandi linee per averla letta anche sul Corriere della sera, tre anni fa. I parrocchiani di Santa Teresa, in corso d’Italia, a Roma, sospettavano da molto tempo situazioni scabrose tra i loro pastori, fino a che, grazie alle confidenze raccolte da padre Alessandro, nel 2009 cominciò ad affiorare la verità: un Padre Superiore della Curia Generalizia intratteneva relazioni con “adulti venerabili” che vendevano il loro corpo nella vicina Villa Borghese. In particolare uno di loro, S.R., era il più assiduo e conosciuto, anche perché “aveva cominciato a collaborare come volontario in una onlus, ‘Lo vuole il cuore’, amministrata da don Sergio Mercanzin, fondatore del centro Russia Ecumenica”. Onlus che aveva e ha “come punto di riferimento canonico S. Eminenza il card. Francesco Coccopalmerio”. E non basta: “Il signor S.R. (vale a dire il prostituto, ndr) gode della stima di entrambi i sacerdoti”, annotava padre Donati.

Questione grave, dunque: sia per la Chiesa della dottrina sia per quella della legge, divina e terrena. La relazione con un “marchettaro”, come vengono chiamati a Roma i mercenari di strada, impone, senza troppe esimenti, la riduzione allo stato laicale del reo. Tanto più che, in questo caso, a drammatizzare la questione c’erano l’uso di sostanze stupefacenti (il popper, la cosiddetta “droga dei gay”) e i rischi seri di contagio tra confratelli e parrocchiani, essendo il gigolò gay malato di Aids.

Fin qui la cronaca con i suoi protagonisti. Ma subito dopo – di nuovo in parallelo con la denuncia di Viganò contro Bergoglio, accusato di aver appreso degli abusi del cardinale McCarrick e taciuto – si impone il tema delle coperture. Chi era al corrente degli scandalosi fatti nell’ordine dei carmelitani scalzi? E da quanto tempo?

Il dossier Donati, nel riferire nomi e circostanze, è molto meticoloso: chiama in causa 10 superiori, che a vario titolo hanno minimizzato o nascosto l’accaduto, motivo per cui alla fine il tenace monaco, seppure in preda a grande turbamento, ha gettato la spugna e deciso di spedire le 15 pagine al vicario del Papa, cardinale Vallini, e per suo tramite allo stesso pontefice.

E dunque? I nomi? Eccoli. La loro fedeltà alla massima del “Omnia scire, multa dissimulare, pauca corrigere” (ossia: “sapere tutte le cose, mostrare di non vederle, correggerne poche”) si è dimostrata granitica. Si va dalla prima autorità della congregazione di Santa Teresa, il Padre Generale, a vescovi e priori.

Il primo nome è quello di padre Gianni Bracchi, Padre Provinciale dei carmelitani una decina di anni fa (poi diventato Maestro dei novizi in un convento di Trento), al quale il denunciante si rivolse mettendolo a conoscenza della relazione gay in corso tra padre Silvano Vescovi, il Superiore della Curia Generalizia, e il prostituto conosciuto sulle panchine di Villa Borghese.

“Parlane con il nostro Padre Generale”, fu la risposta del primo. E così il secondo religioso nella lista di chi sapeva ma ha colpevolmente taciuto (“mettendo a repentaglio la salute di molte persone”) diventa padre Luis Aròstegui Gamboa, allora numero uno della congregazione, il quale prima avrebbe promesso severi provvedimenti ma, in un successivo incontro, “mi interruppe chiedendomi di non fare alcun passo perché avrebbe personalmente provveduto al chiarimento della vicenda”.

Cosa che non avviene. Il che portò padre Donati a parlarle dello scandalo con una terza tonaca, monsignor Maurice Monier, Prelato Uditore del Tribunale della Rota Romana, il quale “molto affranto e sorpreso” lo invitò “a non demordere ricordando le responsabilità canoniche e disciplinari di tutte le parti in causa” (anche dello stesso p. Donati, obbligato a denunciare ciò che aveva saputo).

Avanti, nulla di fatto. Dal 2009 gli anni passano ma l’allegra bisboccia all’ombra della chiesa di Santa Teresa va avanti. I rischi sanitari (“enormi per un numero incalcolabile di persone”) persistono. L’infaticabile monaco scopre che padre Vescovi, il suo superiore e reo, in precedenza aveva lavorato anche presso la nunziatura apostolica d’Italia, e si allarma vieppiù. Decide quindi di contattare il Vicario Generale (“Visto che il P. Generale non voleva più incontrarmi”) padre Zdenko Krizi – e siamo alla quarta fonte rimasta silente – il quale sceglie una linea di basso profilo: annuisce, sembra affliggersi, lancia quale invocazione, ma di fatto non esercita alcuna sua prerogativa.

Quinta tonaca a conoscenza dei fatti, “il priore e parroco di Santa Teresa, padre Agostino Cappelletti”: peccato però che il reverendo “fin da subito non sembrava voler credere alla vicenda scandalosa”.

E non è finita: altro giro, nuove e ancora più pesanti reticenze, denuncia il dossier Donati. Ad aprile 2009 si rinnovano i vertici e Padre Generale dei carmelitani scalzi diventa padre Saverio Cannistrà, il quale come primo atto “sceglie nuovamente come Superiore della Curia proprio lo stesso religioso coinvolto nella vicenda immorale”, con l’aggravante di rinnovargli “anche la nomina di Segretario Generale”. Il reo è promosso, in sostanza. Altro che codice canonico.

Giungiamo così al settimo ecclesiastico a conoscenza dei fatti, padre Aldino Cazzago, Provinciale della Provincia Veneta, al quale il denunciante nel maggio 2014 si rivolge speranzoso (ma presto deluso). Seguono nuovi incontri tra padre Donati e il Padre Generale (tuttora in carica) Saverio Cannistrà, uno dei quali merita di essere raccontato. “Il P. Generale non se la sentiva di imporre delle analisi mediche al reo. Per tranquillizzarmi disse che, da quando la vicenda era venuta a conoscenza dei superiori, nessun religioso si era ammalato (di Aids, è sottinteso, ndr). Venni ulteriormente rassicurato da lui che mi ricordava che tali rapporti omosessuali vengono sempre compiuti con mezzi sicuri e che proteggono”.

Ohibò: la più alta carica dell’ordine carmelitano, sembrerebbe avallare libertà di sesso tra confratelli, purché con il preservativo a portata di mano... A distanza da un anno dalla pubblicazione del libro “La tentazione”, nessuno ha smentito…

Ed eccoci infine agli ultimi due religiosi che erano stati allertati da padre Donati e hanno scelto il silenzio. Entrambi di altissimo rango. “Un mese dopo l’ultimo drammatico incontro con il P. Generale e il P. Provinciale chiedevo a S. Eccellenza monsignor Guerino Di Tora, vescovo ausiliario per la diocesi di Roma, di potermi concedere un incontro personale. Fu subito disponibile. Gli raccontai tutta la pluriennale vicenda e mi invitò a recarmi per parlare della questione da S. Eccellenza arcivescovo Filippo Iannone, vicegerente per la diocesi di Roma”, evidentemente preallertato, ma tale incontro – il nono della serie – non ci fu.

Nove prelati omertosi, dal Padre Generale all’arcivescovo? Che diventano 11 se si considerano anche il cardinale e il monsignore in buoni rapporti con S.R. il prostituto? La gravità dello scenario, in tutte le sue implicazioni, balza agli occhi. Sarà un regolare processo canonico, forse, a fornire le risposte certe e vigorose che tanti fedeli (e non solo i parrocchiano di Santa Teresa) si attendono. I tempi tecnici ancora ci sono: non è ancora scattata la prescrizione.
Di certo in padre Donati – dopo il tentativo faticosissimo e sterile di coinvolgere i suoi superiori - prevalse lo sconforto. Nell’estate del 2015, furono così i parrocchiani a passare alle vie di fatto, rivolgendosi a un giornalista e rendendo pubblico il caso. Non poteva finire diversamente: non sarebbe stata né la prima volta né l’ultima nella storia di plurisecolare riserbo che caratterizza le sacre stanze.

Ma ora, con il dossier Viganò, i refoli sono diventati venti di tempesta. E anche il dossier Donati finisce per provocare gravi imbarazzi nelle sacre stanze.

Ha scritto nel suo blog Marco Tosatti, collega e scrittore, esperto da sempre di cose vaticane, riferendosi alle mancate indagini della Santa Sede dopo la pubblicazione delle 11 pagine choc dell’ex nunzio Viganò: “Appare sconcertante che il Pontefice non abbia ancora accolto la richiesta di un’udienza formulata dal presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, il card. Di Nardo. Certamente straordinario; tanto più perché lo stesso Pontefice ha trovato il tempo e il modo di ricevere nel frattempo due amici e protetti dell’ex cardinale McCarrick, Cupich e Wuerl, e di organizzare (se le notizie non ufficiali corrispondono a verità, come sembra) una riunione con il card. Coccopalmerio ed esperti di diritto per studiare quali sanzioni comminare eventualmente all’arcivescovo Viganò”. 
Torna, dunque, il cardinale di cui alle prime righe di questo scritto… “Il che, lasciatecelo dire –conclude Tosatti - corrisponderebbe a un errore di portata clamorosa. Far punire un testimone scomodo da un cardinale che, sostiene, non si era accorto delle strane abitudini di un segretario che organizzava orge omosessuali spruzzate di droga in un palazzo della Santa Sede davanti a San Pietro. Se lo vedessimo in un film diremmo che il regista esagera con toni e colori per screditare la Chiesa”.

E così sia? Anche no, verrebbe da dire.

Alle denunce calunniose, ad esempio, piuttosto che con "il silenzio e la preghiera" le autorità vaticane potrebbero replicare con una circostanziata contro-denuncia nei confronti di mons. Viganò, che spazzi via ombre, sospetti e certezze su ciò che non va nella Chiesa di oggi e, per il futuro, tranquillizzi i molti fedeli turbati. (fp)

LA CHIESA, MONS. VIGANO’ E GLI SCANDALI +++

Sesso gay e droga nei viali di Villa Borghese, 
anche il “dossier carmelitani” sul tavolo del Papa
Ecco i nomi “secretati” delle tonache sott'accusa

Bergoglio nel 2015 chiese scusa ai fedeli. Parole cadute nel vuoto: il processo canonico non è mai iniziato. E’ tutto raccontato nel libro “La tentazione”, ma si finge di non sapere

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Dopo la pubblicazione del dossier dell’ex nunzio Carlo Maria Viganò, che è arrivato a chiedere le dimissioni di Papa Francesco, l’attenzione dell’opinione pubblica si è riaccesa attorno all’emergenza pedofilia in Vaticano, ma anche a tematiche connesse, come il proliferare di scandali gay e di comportamenti di dubbia moralità tra le tonache (delitti in violazione del sesto precetto del Decalogo, in base al codice di diritto canonico).

Uno di questi scandali, come si sa, lo scorso anno ha colpito il segretario del cardinale Francesco Coccopalmerio: nell’abitazione di mons. Luigi Capozzi, in zona San Pietro, le forze dell’ordine allertate dai vicini trovarono inequivocabili tracce di orge in corso e di polvere bianca. Il segretario fu spedito a pentirsi in monastero e il cardinale, che dichiarò di non essersi accorto di nulla, non fu toccato.

Adesso, con il dossier Viganò, il problema si ripropone. Il nunzio odiato da Bergoglio, che ha reagito rifilandogli l’epiteto di “cane selvaggio” (il che rende l’idea del livello di scontro), nel suo memoriale ha messo nel mirino anche lui, il superiore di mons. Capozzi, quel cardinal Coccopalmerio definito “uno dei tanti prelati che appartengono alla corrente filo omosessuale favorevole a sovvertire la dottrina cattolica”.

E così il cerchio si chiude. 
Il filo che unisce S.E. Coccopalmerio allo scandalo dei carmelitani scalzi è stato annodato dal monaco firmatario della denuncia che tre anni fa ha scosso l’ordine di Santa Teresa, e in particolare la sua sede principale, la Curia Generalizia di Roma, al punto che Bergoglio fu costretto a pronunciare pubbliche “scuse” ai fedeli durante l’udienza del mercoledì (era il 15 ottobre 2015). Quel frate coraggioso, padre Alessandro Donati, in base a una consuetudine implacabile invece di essere ringraziato e apprezzato per aver servito Cristo e la Chiesa è stato prima calunniato da voci interne (“la spia”, “’l’infame”) e poi trasferito il più lontano possibile (in Belgio, addirittura).

Ma la sostanza e i documenti ufficiali nero e bianco restano. Dopo il dossier Viganò, c’è il dossier Donati a creare imbarazzo nelle sacre stanze. Cosa sta succedendo nella Chiesa dello sbandierato rinnovamento e della trasparenza del Papa venuto “dalla fine del mondo”?

Le 15 pagine del memoriale, pubblicate in allegato al mio libro “La tentazione”, spiegano molto e sorprendono. Altro che nuovo corso. Omertà e reticenze la fanno da padrone. La storia molti la conoscono a grandi linee per averla letta anche sul Corriere della sera, tre anni fa. I parrocchiani di Santa Teresa, in corso d’Italia, a Roma, sospettavano da molto tempo situazioni scabrose tra i loro pastori, fino a che, grazie alle confidenze raccolte da padre Alessandro, nel 2009 cominciò ad affiorare la verità: un Padre Superiore della Curia Generalizia intratteneva relazioni con “adulti venerabili” che vendevano il loro corpo nella vicina Villa Borghese. In particolare uno di loro, S.R., era il più assiduo e conosciuto, anche perché “aveva cominciato a collaborare come volontario in una onlus, ‘Lo vuole il cuore’, amministrata da don Sergio Mercanzin, fondatore del centro Russia Ecumenica”. Onlus che aveva e ha “come punto di riferimento canonico S. Eminenza il card. Francesco Coccopalmerio”. E non basta: “Il signor S.R. (vale a dire il prostituto, ndr) gode della stima di entrambi i sacerdoti”, annotava padre Donati.

Questione grave, dunque: sia per la Chiesa della dottrina sia per quella della legge, divina e terrena. La relazione con un “marchettaro”, come vengono chiamati a Roma i mercenari di strada, impone, senza troppe esimenti, la riduzione allo stato laicale del reo. Tanto più che, in questo caso, a drammatizzare la questione c’erano l’uso di sostanze stupefacenti (il popper, la cosiddetta “droga dei gay”) e i rischi seri di contagio tra confratelli e parrocchiani, essendo il gigolò gay malato di Aids.

Fin qui la cronaca con i suoi protagonisti. Ma subito dopo – di nuovo in parallelo con la denuncia di Viganò contro Bergoglio, accusato di aver appreso degli abusi del cardinale McCarrick e taciuto – si impone il tema delle coperture. Chi era al corrente degli scandalosi fatti nell’ordine dei carmelitani scalzi? E da quanto tempo?

Il dossier Donati, nel riferire nomi e circostanze, è molto meticoloso: chiama in causa 10 superiori, che a vario titolo hanno minimizzato o nascosto l’accaduto, motivo per cui alla fine il tenace monaco, seppure in preda a grande turbamento, ha gettato la spugna e deciso di spedire le 15 pagine al vicario del Papa, cardinale Vallini, e per suo tramite allo stesso pontefice.

E dunque? I nomi? Eccoli. La loro fedeltà alla massima del “Omnia scire, multa dissimulare, pauca corrigere” (ossia: “sapere tutte le cose, mostrare di non vederle, correggerne poche”) si è dimostrata granitica. Si va dalla prima autorità della congregazione di Santa Teresa, il Padre Generale, a vescovi e priori.

Il primo nome è quello di padre Gianni Bracchi, Padre Provinciale dei carmelitani una decina di anni fa (poi diventato Maestro dei novizi in un convento di Trento), al quale il denunciante si rivolse mettendolo a conoscenza della relazione gay in corso tra padre Silvano Vescovi, il Superiore della Curia Generalizia, e il prostituto conosciuto sulle panchine di Villa Borghese.

“Parlane con il nostro Padre Generale”, fu la risposta del primo. E così il secondo religioso nella lista di chi sapeva ma ha colpevolmente taciuto (“mettendo a repentaglio la salute di molte persone”) diventa padre Luis Aròstegui Gamboa, allora numero uno della congregazione, il quale prima avrebbe promesso severi provvedimenti ma, in un successivo incontro, “mi interruppe chiedendomi di non fare alcun passo perché avrebbe personalmente provveduto al chiarimento della vicenda”.

Cosa che non avviene. Il che portò padre Donati a parlarle dello scandalo con una terza tonaca, monsignor Maurice Monier, Prelato Uditore del Tribunale della Rota Romana, il quale “molto affranto e sorpreso” lo invitò “a non demordere ricordando le responsabilità canoniche e disciplinari di tutte le parti in causa” (anche dello stesso p. Donati, obbligato a denunciare ciò che aveva saputo).

Avanti, nulla di fatto. Dal 2009 gli anni passano ma l’allegra bisboccia all’ombra della chiesa di Santa Teresa va avanti. I rischi sanitari (“enormi per un numero incalcolabile di persone”) persistono. L’infaticabile monaco scopre che padre Vescovi, il suo superiore e reo, in precedenza aveva lavorato anche presso la nunziatura apostolica d’Italia, e si allarma vieppiù. Decide quindi di contattare il Vicario Generale (“Visto che il P. Generale non voleva più incontrarmi”) padre Zdenko Krizi – e siamo alla quarta fonte rimasta silente – il quale sceglie una linea di basso profilo: annuisce, sembra affliggersi, lancia quale invocazione, ma di fatto non esercita alcuna sua prerogativa.

Quinta tonaca a conoscenza dei fatti, “il priore e parroco di Santa Teresa, padre Agostino Cappelletti”: peccato però che il reverendo “fin da subito non sembrava voler credere alla vicenda scandalosa”.

E non è finita: altro giro, nuove e ancora più pesanti reticenze, denuncia il dossier Donati. Ad aprile 2009 si rinnovano i vertici e Padre Generale dei carmelitani scalzi diventa padre Saverio Cannistrà, il quale come primo atto “sceglie nuovamente come Superiore della Curia proprio lo stesso religioso coinvolto nella vicenda immorale”, con l’aggravante di rinnovargli “anche la nomina di Segretario Generale”. Il reo è promosso, in sostanza. Altro che codice canonico.

Giungiamo così al settimo ecclesiastico a conoscenza dei fatti, padre Aldino Cazzago, Provinciale della Provincia Veneta, al quale il denunciante nel maggio 2014 si rivolge speranzoso (ma presto deluso). Seguono nuovi incontri tra padre Donati e il Padre Generale (tuttora in carica) Saverio Cannistrà, uno dei quali merita di essere raccontato. “Il P. Generale non se la sentiva di imporre delle analisi mediche al reo. Per tranquillizzarmi disse che, da quando la vicenda era venuta a conoscenza dei superiori, nessun religioso si era ammalato (di Aids, è sottinteso, ndr). Venni ulteriormente rassicurato da lui che mi ricordava che tali rapporti omosessuali vengono sempre compiuti con mezzi sicuri e che proteggono”.

Ohibò: la più alta carica dell’ordine carmelitano, sembrerebbe avallare libertà di sesso tra confratelli, purché con il preservativo a portata di mano... A distanza da un anno dalla pubblicazione del libro “La tentazione”, nessuno ha smentito…

Ed eccoci infine agli ultimi due religiosi che erano stati allertati da padre Donati e hanno scelto il silenzio. Entrambi di altissimo rango. “Un mese dopo l’ultimo drammatico incontro con il P. Generale e il P. Provinciale chiedevo a S. Eccellenza monsignor Guerino Di Tora, vescovo ausiliario per la diocesi di Roma, di potermi concedere un incontro personale. Fu subito disponibile. Gli raccontai tutta la pluriennale vicenda e mi invitò a recarmi per parlare della questione da S. Eccellenza arcivescovo Filippo Iannone, vicegerente per la diocesi di Roma”, evidentemente preallertato, ma tale incontro – il nono della serie – non ci fu.

Nove prelati omertosi, dal Padre Generale all’arcivescovo? Che diventano 11 se si considerano anche il cardinale e il monsignore in buoni rapporti con S.R. il prostituto? La gravità dello scenario, in tutte le sue implicazioni, balza agli occhi. Sarà un regolare processo canonico, forse, a fornire le risposte certe e vigorose che tanti fedeli (e non solo i parrocchiano di Santa Teresa) si attendono. I tempi tecnici ancora ci sono: non è ancora scattata la prescrizione.
Di certo in padre Donati – dopo il tentativo faticosissimo e sterile di coinvolgere i suoi superiori - prevalse lo sconforto. Nell’estate del 2015, furono così i parrocchiani a passare alle vie di fatto, rivolgendosi a un giornalista e rendendo pubblico il caso. Non poteva finire diversamente: non sarebbe stata né la prima volta né l’ultima nella storia di plurisecolare riserbo che caratterizza le sacre stanze.

Ma ora, con il dossier Viganò, i refoli sono diventati venti di tempesta. E anche il dossier Donati finisce per provocare gravi imbarazzi nelle sacre stanze.

Ha scritto nel suo blog Marco Tosatti, collega e scrittore, esperto da sempre di cose vaticane, riferendosi alle mancate indagini della Santa Sede dopo la pubblicazione delle 11 pagine choc dell’ex nunzio Viganò: “Appare sconcertante che il Pontefice non abbia ancora accolto la richiesta di un’udienza formulata dal presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, il card. Di Nardo. Certamente straordinario; tanto più perché lo stesso Pontefice ha trovato il tempo e il modo di ricevere nel frattempo due amici e protetti dell’ex cardinale McCarrick, Cupich e Wuerl, e di organizzare (se le notizie non ufficiali corrispondono a verità, come sembra) una riunione con il card. Coccopalmerio ed esperti di diritto per studiare quali sanzioni comminare eventualmente all’arcivescovo Viganò”. 
Torna, dunque, il cardinale di cui alle prime righe di questo scritto… “Il che, lasciatecelo dire –conclude Tosatti - corrisponderebbe a un errore di portata clamorosa. Far punire un testimone scomodo da un cardinale che, sostiene, non si era accorto delle strane abitudini di un segretario che organizzava orge omosessuali spruzzate di droga in un palazzo della Santa Sede davanti a San Pietro. Se lo vedessimo in un film diremmo che il regista esagera con toni e colori per screditare la Chiesa”.

E così sia? Anche no, verrebbe da dire.

Alle denunce calunniose, ad esempio, piuttosto che con "il silenzio e la preghiera" le autorità vaticane potrebbero replicare con una circostanziata contro-denuncia nei confronti di mons. Viganò, che spazzi via ombre, sospetti e certezze su ciò che non va nella Chiesa di oggi e, per il futuro, tranquillizzi i molti fedeli turbati. (fp)

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fabrizio12
Grazie per aver visitato il mio blog!
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Firma bn

calciatoreragazzino
Sono Fabrizio
Vi parlo un po' di me


Ciao a tutti, piacere. Il mio nome lo conoscete. Sono nato lo stesso giorno di Fabrizio De Andrè e Roberto Baggio e ciò, per ragioni diverse, mi inorgoglisce. Del primo, amo la poesia, la naturale empatia con gli ultimi e la giocosa sfrontatezza verso i potenti. Del secondo, apprezzo la fantasia in campo e la ricerca di un equilibrio fuori. Ai tempi delle elementari (Garbatella, Roma) correvo dietro a un pallone e al suo mito (Giggiriva). Delle scuole medie (Eur, Roma) custodisco con affetto le intemerate della professoressa Calvosa e le scazzottate con gli amici nei rettangolini di prato di fronte al Colosseo quadrato. Al liceo (scientifico) mi appassionai con differenti intensità ai poeti ermetici e alle ragazzine, con preferenza per quelle che avevano la borsa di Tolfa. Il 16 marzo 1978 tutto mutò quando fummo convocati in aula magna – le classi ammassate, concitate, le prof in lacrime – perché era successo un fatto grave, enorme, terrorizzante. Lo spartiacque. Il passaggio dall’io al noi. Il 23 novembre dell’80 ero nell’atrio della scuola, arrampicato in cima a un montagna di vestiti da ammassare in un camion per l’Irpinia. Negli anni universitari (La Sapienza, Roma) mi divisi tra Romeo & Juliette, Jim Thompson e le riunioni-fiume per mandare in stampa un giornale scanzonato e non allineato. Intanto, in sella a una Vespa rossa, facevo la gavetta in piccole testate. E nel giro di poco fui addirittura assunto. In un giornale vero. Con la previdenza e l’assistenza, la tredicesima e le ferie pagate. A 23 anni. Un sogno, di cui oggi porto un crescente senso di colpa pensando alle generazioni successive. Mi occupo da molto tempo di cronaca nera, malagiustizia e reticenze del potere. Della mia città amo le banchine del Tevere, la scalinata di viale Glorioso e i cancelli (intesi come stabilimenti balneari). Poesia preferita: “La ballata delle madri”. Canzone preferita. “Il testamento di Tito”. Film preferito: “Pauline à la plage”. Libro preferito: l’ultimo letto (“Omicidio al Giro”, di Paolo Foschi). Attitudini più gradite: generosità e coraggio delle idee. Meno gradite: arroganza e opportunismo. Lavori in preparazione: un romanzo-verità sulla storia di una suora vittima di stupro.