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"Vi supplico, chiamatemi Mirella"


Pubblico il racconto integralmente, eccolo...

Il mio nome è Mirella Gregori. Per tutti voi sono l’ “altra Emanuela”, ma non mi piace che mi chiamate così. Ogni persona ha diritto alla sua identità e ad essere rispettata. Anche se purtroppo – questo vi hanno convinto a pensare – la persona in questione, cioè io, si trova sottoterra ridotta a pezzettini oppure è stata violentata e poi strangolata e gettata in un burrone dove la notte fa freddo e i topi ti rosicchiano dappertutto o invece portata in una stanza buia, legata e imbavagliata e poi uccisa con un colpo di pistola alla testa e gli assassini non hanno avuto nessuna pietà oppure tenuta segregata per mesi in una buca coperta dai rami dove i rapitori calavano il cibo dall’alto fino a che non se ne sono andati quando hanno sentito una sirena della polizia e anche se continuavi a ripeterti “io non ho paura” all'improvviso tutto è diventato buio come la morte.

Io sono Mirella, di Roma, scomparsa 46 giorni prima di una mia coetanea che tutti ricordano, mentre a me no, sono pochi a conoscermi, anche se i nostri nomi sono scritti uno dopo l’altro nei fascicoli giudiziari, mio papà diceva così, lui che non aveva studiato diritto ed era stato costretto a impararlo nella speranza di riabbracciarmi. Io sono Mirella e non so dirvi cosa mi hanno fatto, però vi imploro: scopritelo. Vi supplico: non mi trattate come una figlia sfortunata, che se non torna a casa la si può anche dimenticare. Quando avevo 15 anni ero allegra e spensierata, mi piaceva andare a ballare e adoravo John Travolta, Donna Summer e i Pink Floyd, per non parlare dei 45 giri di Riccardo Cocciante e dei Cugini di campagna, quelli con i capelli strani e la voce fina, e il sabato andavo a vedere le vetrine in centro con le amiche, oppure a Villa Torlonia con le chitarre, insomma pensavo solo alle cose belle. Abitavo con mamma, papà e Antonietta in una casa in via Nomentana, dove c’era un corridoio che da bambina mi sembrava lunghissimo ma poi è diventato più corto, e anche la mia stanza era piccola, però ci dormivo con mia sorella e quando mamma spegneva la luce noi ci raccontavamo storie fantastiche tenendo la testa sotto il cuscino e così ogni paura passava e la vita mi sembrava un sogno bellissimo. Il salotto era pieno di vestiti da uomo e da donna, c’erano i manichini e i rotoli di stoffa, la macchina da cucire e i ditali. Mia sorella vi avrà spiegato perché. Io ricordo solo che una volta, non so se giravo ancora per casa gattonando oppure camminavo appena, mia madre sartina ha avuto un incidente, si è ferita il dito con un ago e quel sangue così rosso mi ha fatto tanto impressione. Frequentavo il secondo anno in una scuola per il commercio e il turismo e, non ci crederete, ero proprio brava. I temi erano la mia specialità. Andavo talmente bene in italiano che la prof una volta mi disse: tu da grande farai la scrittrice. Eccomi qua, infatti. Solo che non immaginavo di dover raccontare una storia tanto brutta, di misteri e di intrighi, di tranelli e menzogne, di uomini neri che ti portano via e quella ero proprio io. Una mattina incontrai il Papa, quello polacco, con il sorriso buono. Le professoresse erano tutte agitate: dalla scuola ci portarono in pullman fino a piazza San Pietro e poi in fila, due a due, mano nella mano. Era il 15 dicembre 1982, prima delle vacanze di Natale, che per me erano dolcissime perché mamma metteva il pandoro in forno e il profumo invadeva la casa. Io non sono mai stata timida, ma quel giorno sì: ero al fianco delle mie compagne quando la prof indicò proprio me, mi chiamò per nome e disse di andare più avanti, vicino a quell’uomo vestito di bianco. Alzai gli occhi per guardarlo in faccia e mi sentivo contenta. Doveva essere un’occasione speciale, perché davanti a noi c’erano dei signori che scattavano fotografie. Come per le miss, come ai festival. Una di quelle foto, ma io non l’ho mica mai vista, ritraeva me e il Santo Padre che mi dava una carezza e lui - forse è meglio che uso la maiuscola, Lui - mi sembrò affettuoso e comprensivo, uno di quei nonni che non ti sgridano mai. Mi vengono i brividi a pensare di essere stata così importante, a pochi centimetri da una persona famosa in tutto il mondo che due anni prima era stato sulle tv di tutto il pianeta perché un esaltato gli aveva sparato e tanti anni dopo, quando morirà per una lunga malattia che gli faceva tremare le mani, tutti i giornalisti del mondo parleranno di lui, Karol Wojtyla, e la fila per salutarlo sarà lunga chilometri. Però poi qualcuno mi ha detto, oppure mi è parso di sentire in giro, che a me proprio per colpa di quella fotografia mi hanno rapita e strappata da mamma e papà, da Antonietta e dalle amiche, dall’orsacchiotto di pelouche che tenevo sul copriletto perché mi ricordava quand’ero bambina e sul pacco dei biscotti c’era un pupazzo simile. Se quella foto con il signor Papa è stata la mia rovina, vi prego: interrogate l’uomo che l’ha scattata e anche quell’altro che, dopo averla vista, ha pensato che ero la persona giusta per essere sequestrata. Mi hanno detto che era un monaco bravissimo a fare la spia, vero? Io in parrocchia ci andavo sempre, mi sono battezzata e ho preso la comunione, mi sembra ieri quando mamma seduta sul divano faceva l’orlo alla tunica perché rischiavo di inciampare, ma io una cosa del genere, lo ammetto, al catechismo non l’ho mica imparata: non sono tanto capace di perdonare. Se quasi tutti, come disse quel tipaccio al telefono parlando in televisione, continuano a chiamarmi “l’altra Emanuela”, un motivo ci deve essere. Qualunque esso sia, non mi piace per nulla. Non ce l’ho con lei, sia chiaro. Anzi! Aveva 15 anni come me, Emanuela Orlandi! Di lei mi piace tutto, il nome, il sorriso, l’aria un po’ sbarazzina, la sua bravura a suonare il flauto e specialmente quella fascetta sulla fronte. Sono sicura che saremmo diventate subito amiche. Con questi capelli ricci e lunghi che mi ritrovo, vaporosi e disordinati, che mi coprono gli occhi, potevo metterla anch’io – la fascetta – e sarei stata carina. Di recente ho visto le nostre facce una a fianco all’altra, sui manifesti con lo sfondo azzurro, attaccate sui muri. La gente era curiosa, si fermava a guardarci, ma noi siamo cambiate, gli anni passano per tutti! Molti dicevano “poverine, sono passati 25 anni, che vergogna…”. Voglio bene a Emanuela ma anche al fratello Pietro e alle sue sorelle, Natalina, Federica, Cristina... Sono venuta a sapere che Antonietta è diventata amica di tutti loro. Che per lei, rimasta sola, gli Orlandi sono diventati come una seconda famiglia. Trascorrono insieme le vacanze d’estate, le feste di Natale e Capodanno. Partecipano alle tavole rotonde, si chiamano così?, per aiutare i familiari delle persone scomparse. Bello, no? Però, scusate, non era meglio che ci conoscevamo in un’altra occasione? A me non piace fare la sequestrata di serie B, quella che i giornali prendono in considerazione solo se parlano della sua amica di serie A. Mi hanno raccontato che facevamo cose simili, io e Emanuela, dopo che anche lei non era tornata a casa un mese e mezzo dopo di me. I volantini della Avon per vendere le creme di bellezza e i saponi alle mamme dei compagni di scuola io li avevo distribuiti, mentre lei ancora no, però glielo avevano proposto. Il Papa io lo avevo incontrato una volta, lei invece tante, quasi tutti i giorni, perché abitava nel palazzo di fronte al suo. I nostri nomi venivano letti insieme quando i rapitori chiedevano un riscatto, se ben ricordo, oppure facevano un ricatto, non ho mai capito. Due brutti tipi seguirono lei mentre tornava dal mare e anche me, nel bar di mamma e papà che adesso ci lavorano mia sorella e Filippo, mio cognato, che già gli volevo bene a quel tempo, quand’erano fidanzati, figuratevi ora, che sono nati i loro figli e quindi io ho anche tre nipoti che non ho mai visto. Questo dei due che mi pedinarono è proprio un mistero. Spiegatemelo, per favore. Di sicuro quel monaco, se è vero che ha fatto la spia, mi ha strappato gli anni più belli: tocca a voi, vi supplico, scoprirlo. Ha fatto soffrire Antonietta, la mia adorata sorella maggiore che io copiavo in tutto, anche se ho solo due anni di meno. Ha fatto morire di dolore papà, che dopo la mia scomparsa non ha mai più riso con gusto come faceva quando mi veniva a prendere a scuola e mi abbracciava sollevandomi verso il cielo talmente in alto che mi sembrava di volare. E ha ucciso anche mamma, che ha lottato per la sua bambina, cioè io, fin quasi a scoprire che cosa mi avevano fatto però poi il male è stato più forte della speranza e se l’è portata via. Un giorno di primavera - ricordo il sole caldo e splendente, quasi da estate, che quando arrivava mi veniva una voglia matta di prendere il treno dalla stazione Termini e andare a Ostia - suonò il citofono e fu io a rispondere. Era qualcuno che conoscevo. “Ciao mami, è Alessandro. Vado a fare una passeggiata fino al monumento del Bersagliere”, le dissi. Lo ammetto, fu una bugia. Però non è che mi meritavo una punizione così tremenda. Quel 7 maggio 1983 io ero felice e dal posto in cui sono adesso non so spiegarvi cosa è successo. Aiutatemi. Io non me ne intendo di losche trame e ragioni di Stato, depistaggi e omissioni, messinscene e omertà. Queste parole a scuola non ce le avevano nemmeno spiegate e io ero una ragazzina innocente. Aiutatemi, ve lo chiedo in ginocchio. Quello che mi hanno fatto del male devono essere puniti e quelli che sanno qualcosa dovrebbero vergognarsi di stare ancora zitti o di non dirla tutta, la verità, e parlo anche a quel signore che racconta di avermi fatto le foto sotto il Bersagliere di Porta Pia, e poi di avermi vista in via di Santa Teresa con un ragazzo, e tanto tempo dopo di aver incontrato mia mamma dentro un camper. Io non sono mai stata brava a contare i compleanni, e neanche a spegnere le candeline. Quante volte mi ha aiutato Antonietta, soffiando forte sulla torta al posto mio! Oggi dovrei avere 47 anni, essere sposata con un uomo bello e perbene, aver cresciuto dei figli come ha fatto mia sorella maggiore, e sicuramente sarei allegra e spiritosa, potete scommetterci, perché questa è sempre stata la mia indole. Invece non lo so neanche io dove sono finita, cosa sono diventata. Adesso mi scendono le lacrime e non riesco a fermarle. Penso a mia sorella e a quello che ha raccontato a una sua amica scrittrice, Isabella: che il dolore della mia assenza è stato talmente forte che le è venuto un buco nella memoria di due anni, non ricorda proprio niente, neanche quando ha fatto l'esame di maturità o preso la patente. E penso a mia mamma, che passava le giornate affacciata alla finestra, in piedi, guardando giù in strada, sperando di rivedermi apparire all'improvviso, con il mio zainetto, in mezzo a via Nomentana, e farle ciao ciao da sotto ridendo. E pensa a papà, che per la disperazione è diventato silenzioso, no, proprio muto. Muto. Non gli uscivano più le parole. E poi è morto. Ora singhiozzo proprio, piango a catinelle! Ero troppo giovane, non ho colpe, io! Un filo mi è sfuggito di mano, si dice così? Come capitato a Pollicino, mi sono perduta e al ritorno le briciole non c'erano più. Però tutti voi, signori poliziotti e signori giudici, perché non mi avete cercata sul serio? E' sicuro che i testimoni a conoscenza della mia scomparsa li avete sentiti tutti? Non è che, qualche volta, avete pensato che era più facile, per le vostre carriere, lasciare perdere? Vi imploro, ve lo ripeto per l’ultima volta. Datemi indietro la mia vita vera, lunga o corta che sia: chiamatemi Mirella. E quando avrete scoperto la verità, vi supplico, prima di tutto correte a dirla ad Antonietta. La sorella maggiore non si dimentica mai e noi abbiamo tante cose da raccontarci.

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fabrizio12
Grazie per aver visitato il mio blog!
Torna a trovarmi per nuove interessanti notizie!

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calciatoreragazzino
Sono Fabrizio
Vi parlo un po' di me


Ciao a tutti, piacere. Il mio nome lo conoscete. Sono nato lo stesso giorno di Fabrizio De Andrè e Roberto Baggio e ciò, per ragioni diverse, mi inorgoglisce. Del primo, amo la poesia, la naturale empatia con gli ultimi e la giocosa sfrontatezza verso i potenti. Del secondo, apprezzo la fantasia in campo e la ricerca di un equilibrio fuori. Ai tempi delle elementari (Garbatella, Roma) correvo dietro a un pallone e al suo mito (Giggiriva). Delle scuole medie (Eur, Roma) custodisco con affetto le intemerate della professoressa Calvosa e le scazzottate con gli amici nei rettangolini di prato di fronte al Colosseo quadrato. Al liceo (scientifico) mi appassionai con differenti intensità ai poeti ermetici e alle ragazzine, con preferenza per quelle che avevano la borsa di Tolfa. Il 16 marzo 1978 tutto mutò quando fummo convocati in aula magna – le classi ammassate, concitate, le prof in lacrime – perché era successo un fatto grave, enorme, terrorizzante. Lo spartiacque. Il passaggio dall’io al noi. Il 23 novembre dell’80 ero nell’atrio della scuola, arrampicato in cima a un montagna di vestiti da ammassare in un camion per l’Irpinia. Negli anni universitari (La Sapienza, Roma) mi divisi tra Romeo & Juliette, Jim Thompson e le riunioni-fiume per mandare in stampa un giornale scanzonato e non allineato. Intanto, in sella a una Vespa rossa, facevo la gavetta in piccole testate. E nel giro di poco fui addirittura assunto. In un giornale vero. Con la previdenza e l’assistenza, la tredicesima e le ferie pagate. A 23 anni. Un sogno, di cui oggi porto un crescente senso di colpa pensando alle generazioni successive. Mi occupo da molto tempo di cronaca nera, malagiustizia e reticenze del potere. Della mia città amo le banchine del Tevere, la scalinata di viale Glorioso e i cancelli (intesi come stabilimenti balneari). Poesia preferita: “La ballata delle madri”. Canzone preferita. “Il testamento di Tito”. Film preferito: “Pauline à la plage”. Libro preferito: l’ultimo letto (“Omicidio al Giro”, di Paolo Foschi). Attitudini più gradite: generosità e coraggio delle idee. Meno gradite: arroganza e opportunismo. Lavori in preparazione: un romanzo-verità sulla storia di una suora vittima di stupro.