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Il Ganglio


Nel 2013 Marco Fassoni Accetti, un ambiguo personaggio, a trent’anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori si autoaccusa di aver avuto un ruolo preminente nel loro sequestro, all’interno però di un progetto molto più ampio.

Da qui parte Il Ganglio e da qui inizia il viaggio di Fabrizio Peronaci nei luoghi più oscuri del Vaticano alla ricerca delle verità che ancora si nascondono dietro quelle mura.


Peronaci scopre l’esistenza, grazie al memoriale depositato agli atti del supertestimone Accetti, di un gruppo clandestino che negli anni della Guerra Fredda, svolgeva operazioni di pressione e dossieraggio in funzione filosovietica contro la politica anticomunista dell’allora Papa Giovanni Paolo II, Papa Wojtyla. Il nucleo sarebbe nato su impulso di elementi franco-lituani nell’ambiente della diplomazia vaticana con il supporto di laici, elementi dei servizi segreti e della malavita romana.

Fassoni Accetti racconta ai magistrati e a Peronaci la sua versione che viene avvalorata da diversi riscontri, primo fra tutti la risoluzione del rebus dei codici cifrati utilizzati dai sequestratori nei giorni successivi al rapimento. Si tratta di 35 codici, simbologie e messaggi usati dal Ganglio nei comunicati (la gran parte relativi al Terzo Segreto di Fatima, collegato ai retroscena dell’attentato al Papa e la liberazione di Ali Agca).




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Sono Fabrizio
Vi parlo un po' di me


Ciao a tutti, piacere. Il mio nome lo conoscete. Sono nato lo stesso giorno di Fabrizio De Andrè e Roberto Baggio e ciò, per ragioni diverse, mi inorgoglisce. Del primo, amo la poesia, la naturale empatia con gli ultimi e la giocosa sfrontatezza verso i potenti. Del secondo, apprezzo la fantasia in campo e la ricerca di un equilibrio fuori. Ai tempi delle elementari (Garbatella, Roma) correvo dietro a un pallone e al suo mito (Giggiriva). Delle scuole medie (Eur, Roma) custodisco con affetto le intemerate della professoressa Calvosa e le scazzottate con gli amici nei rettangolini di prato di fronte al Colosseo quadrato. Al liceo (scientifico) mi appassionai con differenti intensità ai poeti ermetici e alle ragazzine, con preferenza per quelle che avevano la borsa di Tolfa. Il 16 marzo 1978 tutto mutò quando fummo convocati in aula magna – le classi ammassate, concitate, le prof in lacrime – perché era successo un fatto grave, enorme, terrorizzante. Lo spartiacque. Il passaggio dall’io al noi. Il 23 novembre dell’80 ero nell’atrio della scuola, arrampicato in cima a un montagna di vestiti da ammassare in un camion per l’Irpinia. Negli anni universitari (La Sapienza, Roma) mi divisi tra Romeo & Juliette, Jim Thompson e le riunioni-fiume per mandare in stampa un giornale scanzonato e non allineato. Intanto, in sella a una Vespa rossa, facevo la gavetta in piccole testate. E nel giro di poco fui addirittura assunto. In un giornale vero. Con la previdenza e l’assistenza, la tredicesima e le ferie pagate. A 23 anni. Un sogno, di cui oggi porto un crescente senso di colpa pensando alle generazioni successive. Mi occupo da molto tempo di cronaca nera, malagiustizia e reticenze del potere. Della mia città amo le banchine del Tevere, la scalinata di viale Glorioso e i cancelli (intesi come stabilimenti balneari). Poesia preferita: “La ballata delle madri”. Canzone preferita. “Il testamento di Tito”. Film preferito: “Pauline à la plage”. Libro preferito: l’ultimo letto (“Omicidio al Giro”, di Paolo Foschi). Attitudini più gradite: generosità e coraggio delle idee. Meno gradite: arroganza e opportunismo. Lavori in preparazione: un romanzo-verità sulla storia di una suora vittima di stupro.
 

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