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Mia sorella Emanuela


Ventotto anni dopo, il giallo della scomparsa di Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana sparita il 22 giugno 1983 mentre tornava a casa dopo una lezione di flauto, è a una svolta.

Le indagini recenti hanno portato alla decisione di riaprire la tomba di Renatino De Pedis, il capo della banda della Magliana sepolto nella cripta della basilica di Sant’Apollinare, nel pieno centro di Roma. La banda organizzò il sequestro della Orlandi come arma di ricatto verso la Santa Sede? Il movente è nel transito di fiumi di danaro tra i gangster e lo Ior? È solo l’ultima pista.Ma Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, non si accontenta. Così, esce allo scoperto con un libro-intervista scritto con il giornalista del Corriere della Sera Fabrizio Peronaci.


Per la prima volta racconta nei dettagli il suo incontro del gennaio 2010 con Ali Agca, quando tra lo scetticismo degli inquirenti andò in Turchia per incontrare l’attentatore del Papa uscito dal carcere.È un documento straordinario e destinato a fare scalpore, il resoconto dettagliato del faccia a faccia tra Pietro e l’attentatore. Ci sono nomi, circostanze, accuse. Come inedita è un’altra pista di cui si parla dettagliatamente nel libro, emersa nel 2009, secondo la quale Emanuela vivrebbe perfettamente integrata in una Paese nordafricano.

fabrizio34 con pietro

 

In viaggio con Pietro Orlandi

Parte Prima - Suo padre

Parlavamo di lui - Ercole, suo padre, un uomo all'antica, con un alto senso del dovere e una venerazione della propria famiglia - ieri sera in macchina tornando da Viterbo, dopo un dibattito intenso e palpitante di emozioni: la presenza di Emanuela aleggiante sulla sala stracolma della Biblioteca consorziale.
Era buio, sulla provinciale dei monti Cimini. Il vetro appannato, molte curve, fari malfunzionanti. "Lo sai che oggi è il compleanno di mio padre?", esclama ad un tratto, rompendo qualche minuto di silenzio. "Quanti anni avrebbe compiuto Ercole?” domando. Ci pensa su qualche istante: "Ottantaquattro". Già... "Quanto ti manca?", avrei voluto aggiungere. "Cosa senti di aver preso da lui?" Parole rimaste sospese, inespresse. Per pudore ho continuato a guidare: tacendo.
Anche Pietro taceva. Guardava oltre il tergicristallo della Giulietta rossa, nel buio. Tamburellava con le dita sulle ginocchia. Da quando io ho smesso di fumare, la sua naturale cortesia gli impediva di accendersene una. Piovigginava, asfalto viscido.
Un'ora prima, rispondendo a una domanda del pubblico, aveva detto: "Volete sapere se ho una certezza, una mia convinzione? Sì, ce l'ho. Che questa storia prima o poi sarà chiarita, che la verità trionferà". Si era fermato, poi aveva ripreso con maggiore impeto: "Ne ho anche un'altra, di certezza, e la voglio dire. Sento che Emanuela è viva!"
Mai in passato, nei tanti dibattiti vissuti fianco a fianco, aveva gettato il cuore così avanti, in quel territorio illuminato da una speranza vivissima, quasi una visione, oltre i tormenti del dubbio e della razionalità. Bel segno, avevo pensato, che sia tanto reattivo, forte, determinato. Adesso, un'ora dopo, alla guida dell'auto sulla provinciale dei monti Cimini, realizzavo qualcosa di più: "Quanto ha combattuto nella sua vita, quest'uomo. Quanto ha sofferto. E quanto è riuscito a restare integro, positivo, vitale. E quanto ne sarebbe stato orgoglioso, suo padre".
22 novembre 2014

 

Parte Seconda - Il sedile vuoto

“Sai cosa mi piacerebbe?”
Ero stato io a parlare per primo, nella Giulietta rossa che solcava il buio della provinciale dei Monti Cimini, di ritorno da Viterbo dopo l’emozionante dibattito su Emanuela e le trentennali omertà vaticane. Sguardo concentrato sulle curve, asfalto viscido, fari malfunzionanti. Mani serrate sul volante e il flusso dei pensieri altrove.
"Cosa?", aveva chiesto l'amico al mio fianco. “Mi piacerebbe ritrovarci in questa stessa macchina, adesso, ma sulla corsia opposta… In partenza verso un posto lontano, sconosciuto, inimmaginabile. Con in testa un obiettivo, una missione precisa…” C’erano stati attimi di silenzio. “Che vuoi dire?” Avevo risposto d’istinto, a bassa voce, quasi in un sussurro: “Cercarla. Noi”.
Pietro aveva capito, s’era subito sintonizzato. “Come quando ci facemmo 800 chilometri, e altrettanti al ritorno, per parlare dieci minuti con le monache vicino Bolzano?” “Sì, un po’ come allora, al monastero di Sabiona. La sera prima, in quell’alberghetto di Chiusa, esausti dopo sette ore filate di autostrada, io nauseato da quel piatto di canederli stracarichi di formaggio, non te lo dissi per non alimentare illusioni. Ma ci credevo davvero…”.
A svegliarci poco dopo l’alba fu il trillo del telefonino di un carabiniere del posto, incaricato di accompagnarci. Fermammo la Giulietta in una radura bianca di brina gelata, ai piedi di un’erta. Marciammo a lungo, ansimando, i muscoli delle gambe via via più reattivi per l’esercizio della salita nel freddo pungente. Finché in un lampo, oltre il fogliame del bosco, spuntarono le antiche mura del convento di clausura. I rintocchi del batacchio, l’attesa attorno a un tavolo di legno, il silenzio imbarazzato della suora portinaia, l’ingresso nella sala di un’arcigna madre badessa, seguita da altre due sottoposte… “Lei, suor Maria Ancilla, guardò la foto di Emanuela che tu le mostrasti, quella famosa, con la fascetta tra i capelli, tenendo il viso inclinato e vagamente perplessa. Soppesò la situazione, si grattò il mento, bisbigliò qualcosa in tedesco alle consorelle, strofinò il lobo sinistro tra pollice e indice. Infine te la restituì senza guardarti negli occhi, come per scacciare un pensiero cattivo: Nein, signore Orlandi. Noi dispiaciute, però mai vista, questa ragazza…”. Pietro ricordava, eccome… “Sì, e subito dopo, senza rendersi conto della gravità, aggiunse che lì, dentro il monastero, non avevano mai nascosto nessuno per conto del Vaticano, con l'eccezione di un sacerdote polacco. Disse proprio: nascosto…” La macchina aveva ballato su una pozzanghera, ero stato costretto a rallentare mentre esclamavo. “Bella giustificazione, già! Nessuno meno uno! Chissà cosa aveva da nascondere il monsignore…”
“Aspetta...”. Aveva ripreso il filo dei pensieri, Pietro. “Ci ho pensato tante volte, sai. Noi sbagliammo. Avremmo dovuto presentarci a Sabiona senza preavviso. Se Emanuela era lì, ovvio che l’hanno nascosta. E ti dirò, a me il dubbio è rimasto!”
Adesso pioveva più fitto sui monti Cimini. Vetro appannato: anche il tergicristalli era mezzo rotto. “Ricordi l’altra volta, in quel posto di montagna con tanti anziani? Dov’è che eravamo?” "Andalo, vicino Trento… Alla festa dei nonni, una manifestazione dedicata alla terza età. Dovevamo registrare una trasmissione per un network di tv locali. Erano i primi tempi di Mia sorella Emanuela, i mass media ti cercavano in continuazione…”. Pietro si era battuto la mano sulla fronte, rammentando la scena. Ma era stato uno scoppio di riso amaro: “Ah sì, incredibile! Quando salimmo sul palcoscenico per l’intervista, ci chiesero se ci eravamo portati dietro una base…” “Sì, intendevano la base musicale. La regia ci aveva scambiato per un duo di cantanti!” Avevo riso anch’io. Cosa gli è toccato fare per tentarle tutte, pur di ritrovare Emanuela.
Avanti. Quante speranze e disillusioni. E quanti momenti di ritrovata energia grazie all’affetto delle persone. È la guerra di Pietro: tante battaglie perdute, pochi momenti di tregua. “L’appuntamento alla stazione di Trento quanto tempo fa è stato? 2011, 2012? È lì che incontrammo quel tipo, Lupo solitario, ricordi? Barava, certo, ma qualcosa andrebbe approfondito: in alcuni dettagli il suo racconto, specie la ricostruzione della scomparsa di Emanuela davanti al Senato, coincide con quello di Marco Fassoni Accetti. Non ti sembra strano?” “Già, hai ragione..."
E il viaggio a Terlano, Pietro, ricordi? Ci appostammo sotto casa per un'ora pur di parlare con quell’anziana signora convinta di aver visto Emanuela scendere da una A112 davanti al suo maso, mentre il marito ci gridava “vaffanculo”... E i due giorni a Osimo, per incontrare quel sindaco attento e sensibile, che ti consegnò la pergamena di cittadino onorario? E la visita a Benevento, con l’emozione di vedere la gigantografia di tua sorella sventolare sul palazzo municipale? E il volo a Crotone, terra di mafia e di gente segnata dal dramma degli scomparsi, lo ricordi, no?
Il tempo era corso via, eravamo giunti a Roma quasi senza accorgercene. La pioggia obliqua brillava di riflessi gialli sotto i lampioni vicino casa sua. Avevo accostato la Giulietta. Pietro aveva aperto lo sportello, ma senza ancora alzarsi. Sentiva il bisogno di riannodare un filo.
“Dimmi, da dov’è che avevamo cominciato? Cosa avevi detto all’inizio?” “Che mi piacerebbe partire con te, andare in un posto, trovare un documento, un nuovo testimone, un riscontro inedito, per poi correre in Procura ed esclamare: eccole, le nuove prove! Finalmente l'inchiesta può andare avanti e concludersi!” Si era alzato, era uscito senza ombrello. Poi s'era chinato un'ultima volta, allungando il braccio per salutare. “Sì, hai ragione. Anche a me piacerebbe partire. Ma per andare a riprendermela, Emanuela. Per tornare con lei, riportarmela a casa”.
S'era voltato verso la parte posteriore dell'auto, Pietro. E mi ero girato anch’io. Così ci eravamo trovati a osservare insieme, per qualche istante, un sedile vuoto. Chissà se subito dopo, al momento del saluto, stringendoci la mano, avevamo immaginato la stessa scena. Io penso di sì.
22 novembre 2014


Recensioni

Il no di Bruno Vespa

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fabrizio12
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calciatoreragazzino
Sono Fabrizio
Vi parlo un po' di me


Ciao a tutti, piacere. Il mio nome lo conoscete. Sono nato lo stesso giorno di Fabrizio De Andrè e Roberto Baggio e ciò, per ragioni diverse, mi inorgoglisce. Del primo, amo la poesia, la naturale empatia con gli ultimi e la giocosa sfrontatezza verso i potenti. Del secondo, apprezzo la fantasia in campo e la ricerca di un equilibrio fuori. Ai tempi delle elementari (Garbatella, Roma) correvo dietro a un pallone e al suo mito (Giggiriva). Delle scuole medie (Eur, Roma) custodisco con affetto le intemerate della professoressa Calvosa e le scazzottate con gli amici nei rettangolini di prato di fronte al Colosseo quadrato. Al liceo (scientifico) mi appassionai con differenti intensità ai poeti ermetici e alle ragazzine, con preferenza per quelle che avevano la borsa di Tolfa. Il 16 marzo 1978 tutto mutò quando fummo convocati in aula magna – le classi ammassate, concitate, le prof in lacrime – perché era successo un fatto grave, enorme, terrorizzante. Lo spartiacque. Il passaggio dall’io al noi. Il 23 novembre dell’80 ero nell’atrio della scuola, arrampicato in cima a un montagna di vestiti da ammassare in un camion per l’Irpinia. Negli anni universitari (La Sapienza, Roma) mi divisi tra Romeo & Juliette, Jim Thompson e le riunioni-fiume per mandare in stampa un giornale scanzonato e non allineato. Intanto, in sella a una Vespa rossa, facevo la gavetta in piccole testate. E nel giro di poco fui addirittura assunto. In un giornale vero. Con la previdenza e l’assistenza, la tredicesima e le ferie pagate. A 23 anni. Un sogno, di cui oggi porto un crescente senso di colpa pensando alle generazioni successive. Mi occupo da molto tempo di cronaca nera, malagiustizia e reticenze del potere. Della mia città amo le banchine del Tevere, la scalinata di viale Glorioso e i cancelli (intesi come stabilimenti balneari). Poesia preferita: “La ballata delle madri”. Canzone preferita. “Il testamento di Tito”. Film preferito: “Pauline à la plage”. Libro preferito: l’ultimo letto (“Omicidio al Giro”, di Paolo Foschi). Attitudini più gradite: generosità e coraggio delle idee. Meno gradite: arroganza e opportunismo. Lavori in preparazione: un romanzo-verità sulla storia di una suora vittima di stupro.
 

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