Giornalismo Investigativo

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Il marito Antonio Logli è socio dell'autoscuola, ma perché nella Banca dati dell'Antimafia non figura?


Delitto Ragusa, gli affari di famiglia nel mirino. Nelle stesse ore in cui la commissione del tribunale di Pisa presieduta dal giudice Leonardo Magnesa ha ufficialmente dichiarato l’assenza di Roberta (ex art. 49 codice civile), concedendo al figlio primogenito il possesso temporaneo dei beni, torna d'attualità l'assetto proprietario dell'autoscuola "Futura", attività prioritaria dei Logli. La segnalazione è giunta qualche settimana fa a questo Gruppo investigativo da fonte solitamente ben informata e adesso, dopo complicate verifiche, ha ottenuto conferma.
Eccola, la novità: i dati in possesso del ministero dell'Interno sulla società in accomandita semplice "Autoscuola Futura di Logli Valdemaro e C." inseriti nella Banca Dati Nazionale Antimafia non coincidono con quelli della Camera di commercio. Secondo il "cervellone" del Viminale, infatti, i titolari della società ubicata in via Dini, accanto all'abitazione di famiglia, sarebbero due, lo stesso Valdemaro e la nuora Roberta, mentre per la Cciia i proprietari salgono a tre, Antonio Logli compreso. La visura è recente: 18 aprile 2017. Cosa è successo? Come si spiega l'incongruenza? Trattasi di errore materiale o di omissione dolosa?
Il giallo ha risvolti rilevanti: qualcosa non torna. Roberta, per il cui efferato omicidio suo marito è stato condannato a 20 anni, risulta ancora in attività come imprenditrice, tanto da essere citata nel documento camerale una riga sopra a colui che secondo la giustizia l'ha uccisa, occultandone poi il cadavere. Ma non basta. Perché nella Banca dati antimafia Antonio Logli non risulta? L'accertamento era stato richiesto tramite la prefettura di Pisa a fine 2016, con l'obiettivo di ottenere il certificato antimafia, necessario forse ad ampliare i servizi dell'autoscuola o a implementare nuove attività. Pratica "chiusa con esito negativo", era stata la formula trascritta nella Banca dati, nel senso che non esistevano elementi ostativi. Tutto ok per la famiglia Logli, insomma.
Già. Peccato che nella lista dei "soggetti" elencati figurassero solo suocero e nuora, entrambi "soci accomandatari", il primo qualificato come "responsabile". Antonio Logli, che proprio a fine 2016 fu condannato per omicidio, nell'elenco invece non c'era. Perché? Tale "dimenticanza" potrebbe avere facilitato la concessione del nullaosta antimafia? La fonte - prove documentali alla mano - avanza precisamente questo dubbio. Anche perché pochi mesi dopo, il 18 aprile scorso, come già visto, Antonio Logli viene fatto "resuscitare" dalla Camera di commercio, con la qualifica di "socio accomandante".
L'elemento nuovo consiste in una domanda: il Viminale ha concesso all'autoscuola il certificato antimafia sulla base di indicazioni errate, che non rappresentavano la reale composizione societaria? In altre parole, qualcuno si è "dimenticato" che Logli era presente nella compagine azionaria? E se la risposta è affermativa, si è forse verificata qualche influenza?
Sono quesiti obiettivi, evidenziati dall'esame delle carte.
Affari di famiglia: una pista che fin dal primo momento è stata ritenuta utile a spiegare il possibile movente dell'omicidio della sventurata Roberta e che oggi, alla luce delle ultime novità, potrebbe portare lontano.

 

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Giovanni Franzoni / Ricordo di un prete (sposato) rivoluzionario

Giovanni, prete rivoluzionario

E se ne è andato anche dom Franzoni, ex abate di San Paolo fuori le Mura, promotore delle comunità di base negli anni Sessanta e Settanta, uno dei teologi più appassionati ed autentici dell'ultimo secolo.
Pagò il prezzo del coraggio delle idee, sospeso a divinis e ridotto allo stato laicale dalla chiesa di Paolo VI. Ne "La tentazione" gli ho dedicato un passaggio, non poteva mancare: lui, intransigente uomo di fede e marito esemplare.
Lo ricordo sorridente, quando diceva messa nello scantinato di viale Ostiense; paziente e comprensivo, nel ripetere concetti a me ardui, quando negli anni Ottanta, io poco più che ventenne, lo intervistai per "Il Messaggero" dopo l'uscita del suo libro "Il diavolo mio fratello"; pacato ma preciso nelle critiche contro i ritardi, le arretratezze e le reticenze dei vertici ecclesiastici, quando nel 2011 intervenne nella sua amata Civitella San Paolo alla presentazione di "Mia sorella Emanuela" con Pietro Orlandi, me e l'amico Amerigo.
Ciao Giovanni, prete rivoluzionario, sempre a fianco degli ultimi. E grazie

fabrizio12
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Firma bn

calciatoreragazzino
Sono Fabrizio
Vi parlo un po' di me


Ciao a tutti, piacere. Il mio nome lo conoscete. Sono nato lo stesso giorno di Fabrizio De Andrè e Roberto Baggio e ciò, per ragioni diverse, mi inorgoglisce. Del primo, amo la poesia, la naturale empatia con gli ultimi e la giocosa sfrontatezza verso i potenti. Del secondo, apprezzo la fantasia in campo e la ricerca di un equilibrio fuori. Ai tempi delle elementari (Garbatella, Roma) correvo dietro a un pallone e al suo mito (Giggiriva). Delle scuole medie (Eur, Roma) custodisco con affetto le intemerate della professoressa Calvosa e le scazzottate con gli amici nei rettangolini di prato di fronte al Colosseo quadrato. Al liceo (scientifico) mi appassionai con differenti intensità ai poeti ermetici e alle ragazzine, con preferenza per quelle che avevano la borsa di Tolfa. Il 16 marzo 1978 tutto mutò quando fummo convocati in aula magna – le classi ammassate, concitate, le prof in lacrime – perché era successo un fatto grave, enorme, terrorizzante. Lo spartiacque. Il passaggio dall’io al noi. Il 23 novembre dell’80 ero nell’atrio della scuola, arrampicato in cima a un montagna di vestiti da ammassare in un camion per l’Irpinia. Negli anni universitari (La Sapienza, Roma) mi divisi tra Romeo & Juliette, Jim Thompson e le riunioni-fiume per mandare in stampa un giornale scanzonato e non allineato. Intanto, in sella a una Vespa rossa, facevo la gavetta in piccole testate. E nel giro di poco fui addirittura assunto. In un giornale vero. Con la previdenza e l’assistenza, la tredicesima e le ferie pagate. A 23 anni. Un sogno, di cui oggi porto un crescente senso di colpa pensando alle generazioni successive. Mi occupo da molto tempo di cronaca nera, malagiustizia e reticenze del potere. Della mia città amo le banchine del Tevere, la scalinata di viale Glorioso e i cancelli (intesi come stabilimenti balneari). Poesia preferita: “La ballata delle madri”. Canzone preferita. “Il testamento di Tito”. Film preferito: “Pauline à la plage”. Libro preferito: l’ultimo letto (“Omicidio al Giro”, di Paolo Foschi). Attitudini più gradite: generosità e coraggio delle idee. Meno gradite: arroganza e opportunismo. Lavori in preparazione: un romanzo-verità sulla storia di una suora vittima di stupro.
 

Editoriale

 fabrizio peronaci

Il ruolo del giornalismo libero
nei casi di giustizia negata

Non è il sogno di un giornalista idealista, ma una sfida possibile, in questi tempi in cui l’informazione non se la passa tanto bene. Oltre un secolo fa, il presidente Theodore Roosevelt, riferendosi ai cronisti un po’ troppo rompiscatole, coniò una definizione di cui loro si impossessarono, facendola diventare un punto d’onore: muckrakers, gli spalatori di letame. Bravi, bravissimi, i precursori di quel giornalismo d’inchiesta di cui in Italia si sente tanto la mancanza.Una quindicina d’anni fa, a Boston, un’altra squadra di colleghi testardi e coraggiosi riuscì ad alzare il velo su un colossale scandalo di pedofilia, il più grave nella storia della Chiesa. C’è voluto un film vincitore del premio Oscar, perché anche da noi si affacciasse l’idea che il giornalista può essere un personaggio positivo, animato da motivazioni etiche, disinteressato e capace di rischiare in prima persona, di tenersi alla larga dalle lusinghe del potere e della convenienza personale, innamorato di parole desuete come trasparenza, onestà, democrazia. Ecco, è esattamente questo l’obiettivo del gruppo Fb che vi propongo: riallacciare i fili tra le persone, in un confronto leale e ove occorra critico con le istituzioni, al servizio di una società più giusta e solidale. Nell’ambito di tale mission, il giornalismo investigativo, libero da qualsiasi influenza, può assumere un ruolo centrale. La mia storia professionale è orientata verso la cronaca nera, quella che racconta la tragedia e il desiderio di rinascita delle donne e degli uomini, con un’accentuazione di interesse verso le tante, troppe vicende caratterizzate da errori e/o reticenze nella ricerca della verità e nella ricostruzione di fatti aventi rilievo giudiziario.
Cold case, omicidi irrisolti, code avvelenate delle stragi e dei misteri di Stato, depistaggi e trame consumate sulla pelle di innocenti, soprusi contro i più deboli, episodi eclatanti di malasanità, marginalità diffuse: in un Paese in cui la narrazione quotidiana è stata di fatto delegata alle Procure da un sistema informativo ignavo e autoreferenziale, solo un giornalismo forte e fiero della propria autonomia può al contrario fornire un contributo importante al progresso civile e alla coesione sociale. 
Ripartiamo dalle storie, raccontandole senza filtri. Ribaltiamo i paradigmi dell’oggi, tornando a credere nell’impegno e nella passione civile, ognuno nel suo campo, con un occhio attento a ciò che ci accade attorno. 

La partecipazione e il dialogo saranno la nostra forza.

Grazie e benvenuti

Fabrizio, 4 luglio 2016