Giornalismo Investigativo

Gruppo Fb "Giornalismo investigativo by Fabrizio Peronaci"

Giornalismo Investigativo

Pista del boschetto, i carabinieri di Pisa sapevano:
erano stati informati dalla loro fonte confidenziale
Ecco gli sms che provano la collaborazione


Gli investigatori sapevano. I carabinieri del comando provinciale di Pisa impegnati nelle indagini sull’omicidio di Roberta Ragusa erano al corrente della pista del boschetto, indicato da una vigilessa come luogo della sepoltura della vittima, circa due settimane prima che il Corriere.it pubblicasse la notizia, il 18 aprile 2016.

I militari avevano appreso tale circostanza da una loro fonte confidenziale, quel Luigi Murò oggi descritto da taluni organi di informazione, televisivi e non, come un testimone inaffidabile e in cerca di un’effimera gloria. Macché, non è così. O almeno così non parrebbe, stando alle prove che questo Gruppo di Giornalismo investigativo è in grado di produrre: Murò, 61 anni, commerciante ambulante e autista volontario di ambulanze, precedenti per truffa, insolvenza fraudolenta e falso, in possesso per anni di un documento di copertura, veniva al contrario considerato dagli inquirenti persona ben introdotta, in grado di acquisire informazioni utili a risolvere il giallo della sventurata Roberta.

La collaborazione Arma-Murò, del tutto informale e facilitata dai rapporti di consuetudine personale tipici di una realtà di provincia, non deve stupire: specie in indagini complesse, personaggi radicati nel territorio e operanti al confine tra legalità e illegalità diventano il terminale di indiscrezioni riservate, sussurri, mezze verità, e riescono ad arrivare dove le divise per ovvie ragioni non possono neanche metter piede.

Ebbene, questo doveva essere accaduto a Murò in inchieste passate, stando al falso tesserino da giornalista da lui posseduto, e questo è successo anche lo scorso anno.

Gli sms allegati sembrano parlare chiaro. Si riferiscono a dialoghi tra Murò e un maresciallo dei carabinieri con cui la “fonte” si mostra in rapporti cordiali. La prima comunicazione pervenuta a questo Gruppo risale al 6 aprile 2016, quando il confidente, che da tempo si sta “impicciando” e “guardando attorno” sul caso Ragusa in cerca di qualche “dritta”, lancia l’allerta sull’ormai famoso boschetto: “Ciao – scrive Murò all’amico maresciallo, chiamandolo per nome, in un italiano un po’ incerto – …. la perseveranza paga. In fondo a questo cantiere e deposito della Geste che costeggia la stazione di S. Giuliano vi è un boschetto dove vi è un avvallamento del terreno come quando si seppellisce un morto al cimitero e dopo un po’ di tempo il terreno si assesta. In questo posto ci sono arrivato tramite un abitante di Gello che fa parte delle forze dell’ordine, la quale asserisce con certezza che lì c’è seppellita Roberta…”

Dunque, analizziamo con calma. Rivediamo la scena al ralenti. La rivelazione, intanto, arriva da una donna (“la quale” asserisce…). Sono le 22.17 del 6 aprile e Murò sta anticipando a un investigatore a pieno titolo coinvolto nelle indagini quel che poi la vigilessa Silvia Sbrana metterà a verbale: vale a dire che la stessa vigilessa è in grado di indicare il luogo del presunto occultamento del cadavere, nel boschetto limitrofo alla stazione, punto esatto già mostrato a Murò che l’ha fotografato in almeno due occasioni, qualche mese prima (nel dicembre 2015) e nei giorni precedenti.

L’esistenza di immagini è una prova ulteriore della collaborazione e viene richiamata nella parte finale dell’sms. “Lei è seppellita dove ti ho indicato con le foto”, aggiunge Murò. Il maresciallo, e con lui i vertici del comando provinciale di Pisa, oltre alla notitia criminis avevano quindi acquisito, ben prima dell’articolo del Corriere, anche le immagini del posto. Impossibile ipotizzare che un investigatore della Benemerita, messo al corrente di elementi tanto inquietanti, non sia corso a riferire ai superiori. E infatti…

Avanti, le prove non sono finite. A metà del mattino seguente, arriva la risposta. Sono le 11,18 del 7 aprile 2016. Quattro parole che suonano come un sigillo: “Lo dico al capo”, comunica il maresciallo a Murò, il quale – ore 12,04 – replica cordialmente con il “pollicione” alzato.

Come dire: vai amico carabiniere, tutto bene, procedi! Da questo momento la pista del boschetto, nel quale la vigilessa sosteneva peraltro di aver notato una persona vicina al marito della vittima, può considerarsi a tutti gli effetti incardinata.

E non basta. Il 18 aprile, grazie al servizio esclusivo di Corriere.it, la vicenda diventa di pubblico dominio e deflagra. I due – investigatore ufficiale e ufficioso - a quel punto tornano a scriversi. Al comando deve esserci una certa agitazione. “Buongiorno ti voglio parlare”, comunica asciutto il maresciallo alle 9,35 del 19 aprile. “Ciao, mi chiami 346519…”, replica Murò, che si premura di fornirgli un secondo numero di telefonino, probabilmente utilizzato per conversazioni coperte.

Sipario. Gli sms che accendono un faro potente sui retroscena dell’inchiesta Ragusa per ora finiscono qui. Altri tuttavia sono stati annunciati.

Vedremo. Questo Gruppo di Giornalismo Investigativo continuerà a proporsi – piaccia o no – come punto di riferimento per i tanti che avvertono il bisogno di un’informazione libera, coraggiosa, trasparente.

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Ciao a tutti, piacere. Il mio nome lo conoscete. Sono nato lo stesso giorno di Fabrizio De Andrè e Roberto Baggio e ciò, per ragioni diverse, mi inorgoglisce. Del primo, amo la poesia, la naturale empatia con gli ultimi e la giocosa sfrontatezza verso i potenti. Del secondo, apprezzo la fantasia in campo e la ricerca di un equilibrio fuori. Ai tempi delle elementari (Garbatella, Roma) correvo dietro a un pallone e al suo mito (Giggiriva). Delle scuole medie (Eur, Roma) custodisco con affetto le intemerate della professoressa Calvosa e le scazzottate con gli amici nei rettangolini di prato di fronte al Colosseo quadrato. Al liceo (scientifico) mi appassionai con differenti intensità ai poeti ermetici e alle ragazzine, con preferenza per quelle che avevano la borsa di Tolfa. Il 16 marzo 1978 tutto mutò quando fummo convocati in aula magna – le classi ammassate, concitate, le prof in lacrime – perché era successo un fatto grave, enorme, terrorizzante. Lo spartiacque. Il passaggio dall’io al noi. Il 23 novembre dell’80 ero nell’atrio della scuola, arrampicato in cima a un montagna di vestiti da ammassare in un camion per l’Irpinia. Negli anni universitari (La Sapienza, Roma) mi divisi tra Romeo & Juliette, Jim Thompson e le riunioni-fiume per mandare in stampa un giornale scanzonato e non allineato. Intanto, in sella a una Vespa rossa, facevo la gavetta in piccole testate. E nel giro di poco fui addirittura assunto. In un giornale vero. Con la previdenza e l’assistenza, la tredicesima e le ferie pagate. A 23 anni. Un sogno, di cui oggi porto un crescente senso di colpa pensando alle generazioni successive. Mi occupo da molto tempo di cronaca nera, malagiustizia e reticenze del potere. Della mia città amo le banchine del Tevere, la scalinata di viale Glorioso e i cancelli (intesi come stabilimenti balneari). Poesia preferita: “La ballata delle madri”. Canzone preferita. “Il testamento di Tito”. Film preferito: “Pauline à la plage”. Libro preferito: l’ultimo letto (“Omicidio al Giro”, di Paolo Foschi). Attitudini più gradite: generosità e coraggio delle idee. Meno gradite: arroganza e opportunismo. Lavori in preparazione: un romanzo-verità sulla storia di una suora vittima di stupro.
 

Editoriale

 fabrizio peronaci

Il ruolo del giornalismo libero
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Non è il sogno di un giornalista idealista, ma una sfida possibile, in questi tempi in cui l’informazione non se la passa tanto bene. Oltre un secolo fa, il presidente Theodore Roosevelt, riferendosi ai cronisti un po’ troppo rompiscatole, coniò una definizione di cui loro si impossessarono, facendola diventare un punto d’onore: muckrakers, gli spalatori di letame. Bravi, bravissimi, i precursori di quel giornalismo d’inchiesta di cui in Italia si sente tanto la mancanza.Una quindicina d’anni fa, a Boston, un’altra squadra di colleghi testardi e coraggiosi riuscì ad alzare il velo su un colossale scandalo di pedofilia, il più grave nella storia della Chiesa. C’è voluto un film vincitore del premio Oscar, perché anche da noi si affacciasse l’idea che il giornalista può essere un personaggio positivo, animato da motivazioni etiche, disinteressato e capace di rischiare in prima persona, di tenersi alla larga dalle lusinghe del potere e della convenienza personale, innamorato di parole desuete come trasparenza, onestà, democrazia. Ecco, è esattamente questo l’obiettivo del gruppo Fb che vi propongo: riallacciare i fili tra le persone, in un confronto leale e ove occorra critico con le istituzioni, al servizio di una società più giusta e solidale. Nell’ambito di tale mission, il giornalismo investigativo, libero da qualsiasi influenza, può assumere un ruolo centrale. La mia storia professionale è orientata verso la cronaca nera, quella che racconta la tragedia e il desiderio di rinascita delle donne e degli uomini, con un’accentuazione di interesse verso le tante, troppe vicende caratterizzate da errori e/o reticenze nella ricerca della verità e nella ricostruzione di fatti aventi rilievo giudiziario.
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Fabrizio, 4 luglio 2016