Giornalismo Investigativo

Gruppo Fb "Giornalismo investigativo by Fabrizio Peronaci"

Giornalismo Investigativo

Il confidente dei carabinieri e le indagini frenate
Ma adesso finalmente la verità è più vicina

Parla Murò: i fondi per noi informatori venivano presi al Banco di Roma di Lungarno Pacinotti

C’è voluto oltre un anno di “offensiva informativa” da parte di questo Gruppo di Giornalismo Investigativo contro tutto e tutti – autorità locali, avvocati, molti giornalisti, persino una parte dei familiari della vittima – perché finalmente la verità sul giallo Ragusa, caso destinato a fare scuola nella lunga casistica delle manipolazioni e dei cortocircuiti mediatico-giudiziari, venisse alla luce.



Dunque, quel personaggio che in certi programmi tv e su alcune testate era stato bollato come “mitomane” e “millantatore” altro non era (come ha chiarito la lettura degli sms da lui scambiati con un maresciallo) che una delle fonti informali dell’Arma, attraverso la quale gli inquirenti speravano di imprimere l’attesa svolta alle indagini. Un confidente, un informatore, messo in campo per fare luce sulla scomparsa di Roberta: uno di quei personaggi che è normale ritrovare nelle indagini giudiziarie complesse, abituato a vivere nell’area grigia tra legalità e illegalità e capace proprio per questo di apprendere dettagli loschi, di fiutare una pista, di intercettare indizi preziosi. La differenza è che, stavolta, la fonte destinata a restare coperta è stata “bruciata”, per qualche dissidio che ancora non conosciamo. Ma resta il fatto che il suo know how (specie per certi contatti avuti in relazione all’omicidio e al successivo occultamento del cadavere) potrebbe ancora tornare utile.

Meraviglia l’ingenuità di quei colleghi che, a proposito di Luigi Murò, 61 anni, originario della Sicilia da tempo trapiantato a Pisa, nei mesi scorsi, alzando il ditino, avevano più volte esclamato: “Ma come si fa a prenderlo sul serio? E’ un truffatore!” Appunto. Proprio per questo l’avevano preso sul serio, i carabinieri: uno sveglio, intuitivo, una testa calda, uno di quelli che sa come gira il mondo. Uno che, grazie al suo mestiere di commerciante ambulante, a Pisa e dintorni lo conoscono in tanti. E che, dettaglio non da poco, conosceva anche i Logli, tanto che ha incontrato più volte il padre di Antonio, suocero della vittima, proprio per tentare di carpirgli qualcosa, a fini di Giustizia.

Alla luce del ruolo del confidente Murò, adesso, si chiariscono alcuni snodi cruciali del caso Ragusa, finora rimasti poco chiari. Il primo riguarda il trasferimento del capitano Michele Cataneo, comandante del nucleo investigativo di Pisa, nell’ottobre 2016, a Pontedera. Era stato proprio Cataneo a condurre le indagini sulla scomparsa di Roberta e la sua uscita di scena prima che arrivasse la condanna di Logli con il rito abbreviato (dicembre 2016) a molti osservatori era parsa strana. Ora, molto meno: specie se si considera che Murò era apparso pubblicamente (mostrando il suo volto sia su questo Gruppo sia in una popolare trasmissione Mediaset) nei mesi precedenti la promozione ad altro incarico del capitano.

L’altro snodo riguarda la pista del boschetto vicino la stazione di San Giuliano Terme, nel quale una vigilessa sostenne di essere certa che fosse stata sepolta Roberta Ragusa. Anche in questo caso fu Murò a esporsi, dopo aver raccolto le confidenze della testimone. Ma perché il posto non venne esplorato? Come mai, nonostante gli investigatori fossero informati, proprio il luogo indicato, dove tra l’altro era esploso un incendio sospetto, di cui parlava un esposto al capo della Procura, non venne passato al setaccio? Eccolo, il dubbio: non è che su questo specifico passaggio sono esplosi contrasti tra la fonte confidenziale e gli investigatori preposti alle indagini?

Nuove domande, dubbi ancora sospesi. Ma anche un fatto confortante: in base al nuovo scenario, chiarito grazie alla tenacia di questo Gruppo di Giornalismo Investigativo, la verità sulla sventurata Roberta si può considerare più vicina. Il tempo dei depistaggi e delle manipolazioni – magari facilitate in perfetta buona fede da colleghi inesperti o meno informati sulla vicenda – pare allontanarsi.

Quanto al ruolo di Luigi Murò, è stato lui stesso ad accettare di chiarire la sua storia personale e il suo curriculum di “infiltrato” nelle forze dell’ordine. Un’attività “sottotraccia” che andava avanti a quanto pare da decenni. Le sue risposte forniscono ulteriori elementi.

Luigi Murò, ci dica: come ha iniziato?

“Gli informatori non sono previsti dalla legge italiana, ma ci sono sempre stati. Quelli con la fedina penale pulita e anche quelli ai margini della legalità. Quando ho iniziato a intraprendere questa strada ero molto giovane: fui introdotto da un generale dell'Arma conosciuto quando era comandante con il grado di capitano all' isola d'Elba. Era un amico di famiglia, andava a pesca con mio padre e spesso con lui scherzava attorno al suo banco di ambulante”.

Poi come è proseguita la sua attività?

“In seguito ho prestato servizio a Fiumicino, dove mi è stato prospettato di congedarmi anticipatamente per lavorare con tanto di stipendio, chiamiamolo così. Quando operavo in Toscana e specialmente a Pisa, i soldi per il mio compenso venivano presi alla filiale del Banco di Roma situata in Lungarno Pacinotti, dove evidentemente arrivavano i fondi per le persone come me…”

Se lei parla di “Banco di Roma”, al maschile, vuol dire che siamo prima del 1992, anno in cui l’istituto di credito capitolino mutò nome in “Banca di Roma”.

“Esattamente. Per la precisione era il 1991, quando ci fu un’inchiesta che fece molto scalpore in Versilia. Detto questo, a Pisa, quando vi era un’indagine piuttosto importante sulla quale magari indagava la Polizia di Stato, mi veniva chiesto di occuparmene… Come tutti sanno, quando indaga la Polizia non indagano i Carabinieri, per non farsi torti tra di loro. Anni fa non è che le due forze collaborassero molto. Una prima volta la mia copertura saltò perché fui fermato da alcuni agenti che mi portarono in Questura, mi trovarono addosso materiale in dotazione all'Arma e a quel punto dovetti far chiamare il comandante dei carabinieri dei Ros di Pisa, per giustificare il tutto”.

Ma perché avrebbero scelto lei?

“Per essere un personaggio conoscitore del territorio e di ambienti particolari. Sono stato molte volte interpellato da alcuni magistrati del Tribunale di Pisa interessati a ricevere un aiuto per risolvere delle indagini. Al Comando Provinciale di Pisa e specialmente al Nucleo operativo vi sono tutt'oggi molte persone amiche, che hanno lavorato con me e mi sono riconoscenti”.


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Ciao a tutti, piacere. Il mio nome lo conoscete. Sono nato lo stesso giorno di Fabrizio De Andrè e Roberto Baggio e ciò, per ragioni diverse, mi inorgoglisce. Del primo, amo la poesia, la naturale empatia con gli ultimi e la giocosa sfrontatezza verso i potenti. Del secondo, apprezzo la fantasia in campo e la ricerca di un equilibrio fuori. Ai tempi delle elementari (Garbatella, Roma) correvo dietro a un pallone e al suo mito (Giggiriva). Delle scuole medie (Eur, Roma) custodisco con affetto le intemerate della professoressa Calvosa e le scazzottate con gli amici nei rettangolini di prato di fronte al Colosseo quadrato. Al liceo (scientifico) mi appassionai con differenti intensità ai poeti ermetici e alle ragazzine, con preferenza per quelle che avevano la borsa di Tolfa. Il 16 marzo 1978 tutto mutò quando fummo convocati in aula magna – le classi ammassate, concitate, le prof in lacrime – perché era successo un fatto grave, enorme, terrorizzante. Lo spartiacque. Il passaggio dall’io al noi. Il 23 novembre dell’80 ero nell’atrio della scuola, arrampicato in cima a un montagna di vestiti da ammassare in un camion per l’Irpinia. Negli anni universitari (La Sapienza, Roma) mi divisi tra Romeo & Juliette, Jim Thompson e le riunioni-fiume per mandare in stampa un giornale scanzonato e non allineato. Intanto, in sella a una Vespa rossa, facevo la gavetta in piccole testate. E nel giro di poco fui addirittura assunto. In un giornale vero. Con la previdenza e l’assistenza, la tredicesima e le ferie pagate. A 23 anni. Un sogno, di cui oggi porto un crescente senso di colpa pensando alle generazioni successive. Mi occupo da molto tempo di cronaca nera, malagiustizia e reticenze del potere. Della mia città amo le banchine del Tevere, la scalinata di viale Glorioso e i cancelli (intesi come stabilimenti balneari). Poesia preferita: “La ballata delle madri”. Canzone preferita. “Il testamento di Tito”. Film preferito: “Pauline à la plage”. Libro preferito: l’ultimo letto (“Omicidio al Giro”, di Paolo Foschi). Attitudini più gradite: generosità e coraggio delle idee. Meno gradite: arroganza e opportunismo. Lavori in preparazione: un romanzo-verità sulla storia di una suora vittima di stupro.
 

Editoriale

 fabrizio peronaci

Il ruolo del giornalismo libero
nei casi di giustizia negata

Non è il sogno di un giornalista idealista, ma una sfida possibile, in questi tempi in cui l’informazione non se la passa tanto bene. Oltre un secolo fa, il presidente Theodore Roosevelt, riferendosi ai cronisti un po’ troppo rompiscatole, coniò una definizione di cui loro si impossessarono, facendola diventare un punto d’onore: muckrakers, gli spalatori di letame. Bravi, bravissimi, i precursori di quel giornalismo d’inchiesta di cui in Italia si sente tanto la mancanza.Una quindicina d’anni fa, a Boston, un’altra squadra di colleghi testardi e coraggiosi riuscì ad alzare il velo su un colossale scandalo di pedofilia, il più grave nella storia della Chiesa. C’è voluto un film vincitore del premio Oscar, perché anche da noi si affacciasse l’idea che il giornalista può essere un personaggio positivo, animato da motivazioni etiche, disinteressato e capace di rischiare in prima persona, di tenersi alla larga dalle lusinghe del potere e della convenienza personale, innamorato di parole desuete come trasparenza, onestà, democrazia. Ecco, è esattamente questo l’obiettivo del gruppo Fb che vi propongo: riallacciare i fili tra le persone, in un confronto leale e ove occorra critico con le istituzioni, al servizio di una società più giusta e solidale. Nell’ambito di tale mission, il giornalismo investigativo, libero da qualsiasi influenza, può assumere un ruolo centrale. La mia storia professionale è orientata verso la cronaca nera, quella che racconta la tragedia e il desiderio di rinascita delle donne e degli uomini, con un’accentuazione di interesse verso le tante, troppe vicende caratterizzate da errori e/o reticenze nella ricerca della verità e nella ricostruzione di fatti aventi rilievo giudiziario.
Cold case, omicidi irrisolti, code avvelenate delle stragi e dei misteri di Stato, depistaggi e trame consumate sulla pelle di innocenti, soprusi contro i più deboli, episodi eclatanti di malasanità, marginalità diffuse: in un Paese in cui la narrazione quotidiana è stata di fatto delegata alle Procure da un sistema informativo ignavo e autoreferenziale, solo un giornalismo forte e fiero della propria autonomia può al contrario fornire un contributo importante al progresso civile e alla coesione sociale. 
Ripartiamo dalle storie, raccontandole senza filtri. Ribaltiamo i paradigmi dell’oggi, tornando a credere nell’impegno e nella passione civile, ognuno nel suo campo, con un occhio attento a ciò che ci accade attorno. 

La partecipazione e il dialogo saranno la nostra forza.

Grazie e benvenuti

Fabrizio, 4 luglio 2016