Giornalismo Investigativo

Gruppo Fb "Giornalismo investigativo by Fabrizio Peronaci"

Giornalismo Investigativo

Sequestro Orlandi, il cerchio si stringe: frase in codice durante un interrogatorio svela il legame con il caso Garramon

Una donna vicina a Marco Accetti, sentita dopo la morte di Josè, dichiarò ai carabinieri che si trovava a Boston nel periodo in cui furono spedite le lettere di rivendicazione. E' la "firma" (mai emersa) del rapimento?

Marco Fassoni Accetti

Caso Orlandi, i codici usati dai rapitori di Emanuela nelle loro comunicazioni con la famiglia e il Vaticano conducono finalmente alla verità. Come già rivelato e spiegato da questo gruppo di Giornalismo Investigativo, sia il "375" sia il "158" furono inseriti nell'azione criminosa per richiamare la data di Fatima (13.5.17), il conteggio dei giorni tra la scomparsa di Emanuela e quella (precedente) del banchiere Calvi (12.6.1983), nonché, grazie a un semplice anagramma, anno e mese dell'attentato al papa polacco (5-81). 


Tre codici numerici, dunque, che, opportunamente chiariti alle controparti, consentirono di porre sul tavolo la reale posta in gioco. Il sequestro della quindicenne servì alla frangia di ecclesiastici e laici uniti nel cosiddetto "Ganglio" a operare pressioni e ricatti in relazione a due vicende fonti di forti tensioni in quel periodo: da un lato il fiume di danaro fatto transitare in Vaticano dalla mafia siciliana per finanziare il sindacato cattolico Solidarnosc e, dall'altro, le mai chiarite "interferenze" occidentali nell'agguato di piazza San Pietro.
Ma ora, oltre alla decrittazione dei codici numerici, emerge qualcosa in più. Un ulteriore messaggio cifrato, chiuso a più mandate nei cassetti di Palazzo di Giustizia dopo che l’inchiesta sul sequestro Orlandi-Gregori condotta dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo è stata vanificata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone, che nel 2015 ha imposto l'archiviazione.
Ebbene eccole, le carte che scottano. 
Si tratta di documenti dal cui combinato disposto emerge con vigore la nuova prova, che è in grado di dimostrare inequivocabilmente il collegamento tra la morte di Josè Garramon, il dodicenne investito e ucciso nella pineta di Castel Porziano da Marco Accetti il 20 dicembre 1983, e la scomparsa (sei mesi prima) di Emanuela Orlandi.

Attenzione. 
I passaggi vanno studiati con calma, stabilendo tutte le connessioni necessarie.
Primo punto. Come sanno inquirenti e analisti del caso Orlandi, le uniche lettere già all'epoca ritenute "attendibili" dalla magistratura furono le quattro di rivendicazione del sequestro di Emanuela spedite da Boston nell'estate-autunno 1983 al corrispondente della Cbs a Roma, Richard Roth. Fanno fede, a questo riguardo, anche alcune agenzie Ansa (allegato 1)
Le 4 comunicazioni da Boston, scritte a mano, in corsivo, da mano forse femminile, riprendevano il tema dello scambio tra Alì Agca e la Orlandi (nell'allegato 2 una delle 4 missive). Tale tema (in realtà un bluff, per indurre il turco a ritrattare le sue accuse al mondo dell’Est sull’attentato al Papa di due anni prima) era emerso subito dopo il 22 giugno 1983 (giorno della scomparsa) sia per bocca del cosiddetto "Amerikano", il telefonista che oggi molti sospettano fosse proprio Accetti (basta confrontare le voci), sia nei messaggi recapitati ai giornali o fatti trovare nei cestini dei rifiuti a Roma.

Bene. Passiamo al secondo step, facendo un salto in avanti di qualche mese.
Il 21 dicembre 1983 - mentre l'opinione pubblica continua a seguire con il fiato sospeso le novità sulla sorte della povera Emanuela - un lancio dell'agenzia Ansa, all'ora di pranzo, dà notizia della morte del piccolo Jose' Garramon, la sera precedente, sotto le ruote del Ford Transit guidato da Marco Accetti nella pineta vicino al mare di Roma. Accetti: all'epoca un giovanotto di neanche trent'anni, noto alle questure come testa calda. Finirà in carcere per omicidio colposo e omissione di soccorso e poi uscirà di scena per decenni, salvo poi ricomparire trent'anni dopo, all’indomani delle dimissioni di papa Ratzinger, quando si autoaccuserà del sequestro Orlandi (e anche di quello di Mirella Gregori).

Riassumendo. 
Uno. Da Boston arrivano lettere che la polizia attribuisce ai "veri" rapitori di Emanuela. 
Due. Lo sventurato Jose', figlio di un funzionario uruguaiano distaccato a Roma, le cui relazioni sono sempre rimaste coperte e per molti versi sospette (contatti con il piduista Gelli), conclude tragicamente la sua adolescenza.

Di nuovo, attenzione... Siamo al terzo passaggio. 
Un bambino è morto in pineta e la dinamica è controversa. Nessuno crede all'incidente casuale. Le indagini procedono incalzanti. Cosa ci faceva Josè da solo, alle 7 e mezza di sera, a Castel Porziano, dopo esser stato neanche un'ora prima dal barbiere all'Eur, a 20 km di distanza? Chi lo aveva portato laggiù? Oltre ad Accetti, che si difende parlando di investimento involontario, e alla sua compagna dell'epoca, Patrizia, di cui inizialmente si ipotizzano legami con il terrorismo rosso, i carabinieri come è ovvio si muovono a 360 gradi. Scavano nella vita di Accetti. Esaminano i suoi precedenti. Ascoltano la versione dei familiari...

Eccoci. E' a questo punto - siamo alla quarta mossa di questa complicata e sconvolgente partita - che quasi per caso spunta la carta decisiva, l'asso di denari, la prova delle cento pistole...
Chi sentono i carabinieri in relazione alla morte del piccolo Garramon? Già, chi? 
Tra le tante persone che potrebbero aiutare a chiarire il giallo della pineta (padre e madre dell’imputato, amici, conoscenti, commercianti), alle ore 13 del 26 dicembre 1983, neanche una settimana dopo l’investimento, nella caserma dell’Arma della Cecchignola viene convocata una ragazza, poco più che maggiorenne, che da qualche mese è in una relazione molto intima con Marco Accetti. Si tratta di una figura importante, rimasta finora nella più completa e incomprensibile ombra.
E cosa dichiara costei? Dopo aver spiegato di aver conosciuto Marco in quanto compagno di classe di sua sorella, di non vederlo da oltre un mese e di aver saputo del fatto della pineta tre giorni dopo, il 24 dicembre, da un’amica, la giovane spiega di essere stata a Boston dal 20 novembre al 22 dicembre dello stesso anno (quindi di essere tornata da soli 4 giorni ) ospite a casa di suo fratello, da tempo trasferitosi negli Stati Uniti.

A metà del verbale, però, ecco la sorpresa! L’interrogata chiede al maresciallo di poter inserire una frase ulteriore, una sorta di postilla (allegato 3). E allora vediamola, parola per parola: "Preciso altresì che da mio fratello in America ci sono stata anche dal 2 agosto 1983 al 10 novembre 1983, ininterrottamente”. 
Tale precisazione è cruciale: merita di essere letta più e più volte. Perché la testimone molto intima di Accetti sente il bisogno di lasciare traccia della sua permanenza a Boston? Addirittura specificando di non essersi mai mossa, di essere stata “ininterrottamente” in loco? Il suo viaggio all'estero non aveva alcuna attinenza con la morte di Garramon (successiva di qualche mese) né nessuno le aveva chiesto cosa avesse fatto d’estate… E, d’altronde, l’Accetti supertestimone reo confesso dell’enigma Orlandi-Gregori era ancora di là da venire…

E allora, perché? Non sarà che, grazie all’inserimento della frase-codice, qualcuno pensava di poter strumentalizzare la testimone inconsapevole e utilizzare quel verbale in contatti e relazioni segrete, come prova di “azioni" in corso? Il dubbio appare più che lecito. Di più: determinante ai fini della valutazione dell’accaduto e del ruolo avuto dallo stesso Accetti nell’intero duplice giallo.

I dati di fatto sono precisi, inequivocabili. E così possono essere riassunti.
Uno. Nel giugno 1983 scompare Emanuela Orlandi.
Due. Nell’estate-autunno 1983 lettere di rivendicazione del sequestro vengono inviate da Boston.
Tre. In dicembre Josè viene investito da Marco Accetti.
Quattro. Tra le persone sentite sulla tragica morte di Josè c’è anche una giovane donna in rapporti molto intimi con Accetti.
Cinque. La ragazza, nel verbale, inserisce un riferimento (non richiesto) alla sua permanenza a Boston. Dubbio: non è che era stata istruita alla bisogna?
Sei. Trent’anni dopo i fili si riconnettono ed emerge il ruolo di Accetti (consegna del flauto riconosciuto dalla famiglia, telefonate in Vaticano come “Amerikano”, indicazione delle cabine, conoscenza di molti retroscena) anche rispetto al sequestro Orlandi.
Sette. La Procura ha in mano tutti gli elementi, ma la testimone fondamentale della pista di Boston viene tenuta fuori.

Può bastare? Il mistero è svelato in 7 mosse, difficile voltare altrove lo sguardo. E chi, per riflesso condizionato o propri inconfessabili interessi, ancora oggi si ostinerà ad affermare che siamo in presenza di un mitomane, per onestà intellettuale avrà il dovere di inoltrarsi fino in fondo nell’analisi, di dimostrare la fragilità e/o la non sussistenza dello scenario (finalmente!) venuto alla luce.

Le prove che dimostrano l’intrigo retrostante la scomparsa di Emanuela e Mirella e la partecipazione di Accetti, a questo punto, si saldano e hanno tutta l’aria di diventare conclusive: quel verbale di quel 26 dicembre con la frase sibillina su Boston, pescato dai faldoni dell’inchiesta parallela su Josè, come in un puzzle finalmente vicinissimo alla conclusione rappresenta l’ultimo, sudatissimo tassello.

Vogliamo accertare i fatti? Il filo c’è, con tutta evidenza. Se non lo si vuole afferrare, si spieghi il perché. Nessuno potrà dire: Accetti ha “sistemato” gli indizi a posteriori, informandosi su libri e giornali, per il semplice fatto che ora carta canta. Quella giovane donna, il 26 dicembre 1983, verbalizzando quanto sapeva (e anche qualcosa in più) davanti ai carabinieri, lasciò una traccia netta e indelebile, a saperla e volerla interpretare.

Chi era? Chi è questa donna oggi non più giovane? Gli inquirenti ne conoscono il nome e la città di residenza, peccato che tutto a Palazzo di Giustizia sia fermo, impolverato nei cassetti, pietrificato dalla paura di sfogliare pagine dolorose e disonorevoli della nostra storia recente. Da quando (2016) l’inchiesta Orlandi-Gregori è stata archiviata, le nebbie nel porto di Roma, quartiere Prati, sono tornate ad alzarsi fitte e invalicabili. 
Peccato, ripeto. 
Un Paese incapace di dissipare le ombre del passato fa fatica a costruire il proprio futuro, per sé e soprattutto per le nuove generazioni. Ma è anche vero che a forza di produrre prove, indizi e riscontri la speranza che l’inchiesta venga riaperta non può che crescere, diventa concreta. Lo dicono le carte, lo impone la logica giuridica: l’azione penale è obbligatoria, d'altra parte, e le diffuse aspirazioni di giustizia e verità non vanno in prescrizione. Buona Italia a tutti noi. (fpe)

…………………………….

A seguire, un contributo (già pubblicato ne “Il Ganglio”) su come arrivare a ricostruire i fatti tramite la lettura calibrata e comparata degli indizi via via emersi… Un tale metodo, davanti a una Corte d’assise che è in grado di convocare vecchi e nuovi testimoni, avrebbe consentito una completa ricostruzione dell’accaduto, secondo la nota massima: la prova si forma in aula.

ORLANDI-GREGORI: 
COSI’ GLI INDIZI 
ASSURGONO AL VALORE DI PROVA

“….. Fin dai primi interrogatori, man mano che l’indagato ampliava il racconto, Capaldo e Maisto hanno stabilito che nuovi fronti sarebbero stati aperti solo in presenza di novità sostanziali. La Procura ha ritenuto prioritaria la valutazione della credibilità di Marco Fassoni Accetti, imprescindibile ai fini di un valido lavoro istruttorio e per fugare un dubbio preliminare: la conoscenza di tanti accadimenti, non tutti di pubblico dominio, deriva da un diretto coinvolgimento o potrebbe essere frutto dello studio di documenti, libri, giornali? La risposta sta, per l’appunto, nell’esame comparato delle dichiarazioni (con il nutrito corollario di nomi, incarichi dei monsignori, loro abitudini, documenti, retroscena sugli scontri di potere) e dei fatti, vale a dire ciò che si è storicamente determinato. Processo di verifica complesso, da svolgere su due piani: lungo l’asse verticale della cronologia degli eventi e su quello orizzontale, qui densissimo, che vede gli avvenimenti incrociarsi, concatenarsi tra loro, produrre effetti in simultanea.
Ma attenzione. Ciò non basta – è l’ulteriore ragionamento della Procura – a garantire una corretta misurazione del grado di attendibilità. Serve uno step ulteriore. Non è sufficiente, per esemplificare, che singoli passi del memoriale trovino corrispondenza nell’accaduto: il tal monsignore rivestiva quell’incarico, Alì Giama morì carbonizzato, quel furto di quadri si verificò, la baronessa frequentava i Cavalieri di Malta... No, le simmetrie possono essere significative, certo, considerando il tempo trascorso e il fatto che all’epoca non esistesse Internet - e quindi le informazioni, non essendo confluite nella rete, sono difficilmente rintracciabili - ma questo primo livello può tutt’alpiù rivelare un’alta verosimiglianza. Il racconto del supertestimone, per assurgere a prova, occorre soddisfi i principi normativi della chiamata in correità (o dell’autoaccusa, se ci si rivolge verso se stessi), che impongono la presenza di riscontri logicamente collegabili con le dichiarazioni, al punto da poterli definire indizi convergenti.
In questa indagine-thriller senza uguali, nella quale il reo confesso si mostra più interessato alla verità storica che alla propria sorte, il rigore metodologico scansa il pericolo di errori di suggestione, evita perdite di tempo e fa compiere all’investigazione un salto di qualità. La solidità dell’impianto logico-deduttivo del documento, infatti, può divenire essa stessa prova, persino più stringente del ritrovamento del flauto traverso, che già di per sé costituisce un considerevole indizio a favore del coinvolgimento di Marco Fassoni Accetti: stessa epoca, stesso modello, riconoscimento da parte dei familiari, difficoltà nel reperire uno strumento con caratteristiche analoghe, foglio di giornale ingiallito che lo avvolgeva, datato 1985, difficile da rintracciare e invecchiare alla bisogna, simulando un deterioramento della carta di tre decenni. Tra l’altro, se avesse voluto confezionare un falso, non avrebbe consegnato un esemplare dotato di numero di matricola (seppure parziale, si leggono un 3 e un 6), correndo il rischio che la famiglia Orlandi fosse in possesso delle carte originali e potesse sbugiardarlo. E' anche vero, tuttavia, che la prova scientifica è venuta meno dopo il primo esame. I consulenti tecnici hanno rinvenuto nella cavità del flauto 40 reperti biologici (tracce di saliva) infinitesimali, tali da non consentire l’estrazione di dna comparabile con quello dei consanguinei di Emanuela.
Anche sulla prova-voce gli indizi sono seri, ma un’area di indefinitezza permane. Timbro e tono somigliano a quelli del cosiddetto Amerikano (autore di 36 chiamate e messaggi nel periodo luglio-settembre 1983), però una perizia fonica, tenuto conto dei mutamenti vocali che possono verificarsi nell’arco di vita di una persona, non può condurre alla certezza assoluta. L’esegesi del memoriale è dunque centrale. Emergono contraddizioni o aporie nella ricostruzione? Spuntano ingenuità, dettagli costruiti a tavolino che possano minare l’edificio? Il punto è questo: se il superteste, per qualche oscura ragione, avesse inventato la sua partecipazione al progetto criminoso, cosa lo potrebbe smascherare? Il flauto? La voce resa miracolosamente somigliante a quella dell’Amerikano? In assenza di prove ulteriori, tali elementi non sono risolutivi. Ecco perché assume peso determinante il riscontro “storico-sistemico”, vale a dire la verifica dei numerosissimi eventi avvenuti dentro Santa Romana Chiesa, che lui mette ordinatamente in fila, quasi a sfidare gli astanti nella stanza numero 108 al primo piano della Procura. Compiuto questo esame, i magistrati potranno emettere il responso: decidere, cioè, se i verbali firmati da Marco Fassoni Accetti siano frutto del suo ragionare o del suo vedere, assistere, essere presente ai fatti, con le implicazioni giudiziarie che ciò comporta.
Torniamo al memoriale-confessione…..”

Fabrizio Peronaci (estratto da “Il Ganglio”)

Pin It

Omicidio Colletta, l'appello della madre

Salvatore Colletta, scomparso in Sicilia nel 1992
"Mi rivolgo a voi che sapete che fine ha fatto mio figlio:
soffro da 25 anni, Mettetevi il cuore in mano e parlate!"

Carmela La Spina, madre del piccolo Salvatore, ha chiesto ospitalità a questo Gruppo di Giornalismo Investigativo per lanciare un appello disperato.

Read More

Giovanni Franzoni / Ricordo di un prete (sposato) rivoluzionario

Giovanni, prete rivoluzionario

E se ne è andato anche dom Franzoni, ex abate di San Paolo fuori le Mura, promotore delle comunità di base negli anni Sessanta e Settanta, uno dei teologi più appassionati ed autentici dell'ultimo secolo.
Pagò il prezzo del coraggio delle idee, sospeso a divinis e ridotto allo stato laicale dalla chiesa di Paolo VI. Ne "La tentazione" gli ho dedicato un passaggio, non poteva mancare: lui, intransigente uomo di fede e marito esemplare.
Lo ricordo sorridente, quando diceva messa nello scantinato di viale Ostiense; paziente e comprensivo, nel ripetere concetti a me ardui, quando negli anni Ottanta, io poco più che ventenne, lo intervistai per "Il Messaggero" dopo l'uscita del suo libro "Il diavolo mio fratello"; pacato ma preciso nelle critiche contro i ritardi, le arretratezze e le reticenze dei vertici ecclesiastici, quando nel 2011 intervenne nella sua amata Civitella San Paolo alla presentazione di "Mia sorella Emanuela" con Pietro Orlandi, me e l'amico Amerigo.
Ciao Giovanni, prete rivoluzionario, sempre a fianco degli ultimi. E grazie

Scandali vaticani / 5 Il gigolò delle tonache davanti alla farmacia vaticana. E' malato, va aiutato

Quella foto del "marchettaro" con Sua Eccellenza 
Quest'uomo va aiutato, non usato e gettato

Read More

fabrizio12
Grazie per aver visitato il mio blog!
Torna a trovarmi per nuove interessanti notizie!

Firma bn

calciatoreragazzino
Sono Fabrizio
Vi parlo un po' di me


Ciao a tutti, piacere. Il mio nome lo conoscete. Sono nato lo stesso giorno di Fabrizio De Andrè e Roberto Baggio e ciò, per ragioni diverse, mi inorgoglisce. Del primo, amo la poesia, la naturale empatia con gli ultimi e la giocosa sfrontatezza verso i potenti. Del secondo, apprezzo la fantasia in campo e la ricerca di un equilibrio fuori. Ai tempi delle elementari (Garbatella, Roma) correvo dietro a un pallone e al suo mito (Giggiriva). Delle scuole medie (Eur, Roma) custodisco con affetto le intemerate della professoressa Calvosa e le scazzottate con gli amici nei rettangolini di prato di fronte al Colosseo quadrato. Al liceo (scientifico) mi appassionai con differenti intensità ai poeti ermetici e alle ragazzine, con preferenza per quelle che avevano la borsa di Tolfa. Il 16 marzo 1978 tutto mutò quando fummo convocati in aula magna – le classi ammassate, concitate, le prof in lacrime – perché era successo un fatto grave, enorme, terrorizzante. Lo spartiacque. Il passaggio dall’io al noi. Il 23 novembre dell’80 ero nell’atrio della scuola, arrampicato in cima a un montagna di vestiti da ammassare in un camion per l’Irpinia. Negli anni universitari (La Sapienza, Roma) mi divisi tra Romeo & Juliette, Jim Thompson e le riunioni-fiume per mandare in stampa un giornale scanzonato e non allineato. Intanto, in sella a una Vespa rossa, facevo la gavetta in piccole testate. E nel giro di poco fui addirittura assunto. In un giornale vero. Con la previdenza e l’assistenza, la tredicesima e le ferie pagate. A 23 anni. Un sogno, di cui oggi porto un crescente senso di colpa pensando alle generazioni successive. Mi occupo da molto tempo di cronaca nera, malagiustizia e reticenze del potere. Della mia città amo le banchine del Tevere, la scalinata di viale Glorioso e i cancelli (intesi come stabilimenti balneari). Poesia preferita: “La ballata delle madri”. Canzone preferita. “Il testamento di Tito”. Film preferito: “Pauline à la plage”. Libro preferito: l’ultimo letto (“Omicidio al Giro”, di Paolo Foschi). Attitudini più gradite: generosità e coraggio delle idee. Meno gradite: arroganza e opportunismo. Lavori in preparazione: un romanzo-verità sulla storia di una suora vittima di stupro.
 

Editoriale

 fabrizio peronaci

Il ruolo del giornalismo libero
nei casi di giustizia negata

Non è il sogno di un giornalista idealista, ma una sfida possibile, in questi tempi in cui l’informazione non se la passa tanto bene. Oltre un secolo fa, il presidente Theodore Roosevelt, riferendosi ai cronisti un po’ troppo rompiscatole, coniò una definizione di cui loro si impossessarono, facendola diventare un punto d’onore: muckrakers, gli spalatori di letame. Bravi, bravissimi, i precursori di quel giornalismo d’inchiesta di cui in Italia si sente tanto la mancanza.Una quindicina d’anni fa, a Boston, un’altra squadra di colleghi testardi e coraggiosi riuscì ad alzare il velo su un colossale scandalo di pedofilia, il più grave nella storia della Chiesa. C’è voluto un film vincitore del premio Oscar, perché anche da noi si affacciasse l’idea che il giornalista può essere un personaggio positivo, animato da motivazioni etiche, disinteressato e capace di rischiare in prima persona, di tenersi alla larga dalle lusinghe del potere e della convenienza personale, innamorato di parole desuete come trasparenza, onestà, democrazia. Ecco, è esattamente questo l’obiettivo del gruppo Fb che vi propongo: riallacciare i fili tra le persone, in un confronto leale e ove occorra critico con le istituzioni, al servizio di una società più giusta e solidale. Nell’ambito di tale mission, il giornalismo investigativo, libero da qualsiasi influenza, può assumere un ruolo centrale. La mia storia professionale è orientata verso la cronaca nera, quella che racconta la tragedia e il desiderio di rinascita delle donne e degli uomini, con un’accentuazione di interesse verso le tante, troppe vicende caratterizzate da errori e/o reticenze nella ricerca della verità e nella ricostruzione di fatti aventi rilievo giudiziario.
Cold case, omicidi irrisolti, code avvelenate delle stragi e dei misteri di Stato, depistaggi e trame consumate sulla pelle di innocenti, soprusi contro i più deboli, episodi eclatanti di malasanità, marginalità diffuse: in un Paese in cui la narrazione quotidiana è stata di fatto delegata alle Procure da un sistema informativo ignavo e autoreferenziale, solo un giornalismo forte e fiero della propria autonomia può al contrario fornire un contributo importante al progresso civile e alla coesione sociale. 
Ripartiamo dalle storie, raccontandole senza filtri. Ribaltiamo i paradigmi dell’oggi, tornando a credere nell’impegno e nella passione civile, ognuno nel suo campo, con un occhio attento a ciò che ci accade attorno. 

La partecipazione e il dialogo saranno la nostra forza.

Grazie e benvenuti

Fabrizio, 4 luglio 2016