Giornalismo Investigativo

Gruppo Fb "Giornalismo investigativo by Fabrizio Peronaci"

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Assessore piemontese si libera dei suoi fantasmi, 35 anni dopo: durante il servizio di leva, a 17 anni, fu violentato da un gruppo di commilitoni

militare

La camerata di un grande edificio dell’Esercito alla Cecchignola. Lui nudo, sanguinante. Il maresciallo P. che lo copriva con la giacca. I compagni che lo strappavano dalla branda sghignazzando. Il locale lavanderia immerso nel buio. Il terrore negli occhi. Lo spasso dei depravati. Il dolore da svenire, al risveglio. Il capitano A. che gli gridava in faccia di mentire. Il ricovero in infermeria e poi all’ospedale del Celio. La rabbia impotente, la vergogna...

 Affiorano come flash disordinati, frenetici, nella sua memoria di cinquantenne ormai uscito da oltre trent’anni di elaborazione del trauma, le immagini che gli hanno segnato la vita. L.D., classe 1964, assessore di un Comune in provincia di Torino, ha deciso di uscire allo scoperto e raccontare la sua personale tragedia. Una storia che getta una luce sinistra su un posto mitico (e talvolta feroce) per tanti romani che vi sono passati: la Città militare della Cecchignola. Non ancora maggiorenne, in un tempo ormai sgranato, L.D. subì la violenza indicibile di uno stupro di gruppo.

Correva l’anno 1982, quello della vittoria dell’Italia ai Mondiali e del ritrovamento del cadavere del banchiere Calvi sotto il ponte dei Frati Neri. Lui, invece, era una “spina”, l’ultimo arrivato. Dal suo paese natio in Piemonte era partito per la naja con in testa le raccomandazioni della mamma, alla stazione di Porta Nuova. Dopo un viaggio lunghissimo, aveva raggiunto la capitale: dieci ore di treno, poi il metrò direzione Laurentina e infine l’autobus verso la caserma dove era stato assegnato, il Reggimento Genio Trasmissioni. L’anticamera del suo inferno. 
«Ero ingenuo, sognatore. Volevo diventare ufficiale e mi ero iscritto al corso volontari Vto, i tecnici operatori, quelli con le mostrine blu. A Roma non conoscevo nessuno, ero timido...».

La violenza si consumò a fine maggio. «Quella sera ero appena rientrato dal primo congedo. Prima di addormentarmi nella camerata da sei, sentii che i miei compagni bisbigliavano e ridacchiavano... Non ci badai, non potevo immaginare».
L’allora diciassettenne, oggi consigliere delegato alle politiche sociali del suo paese, ricorda bene il terzetto. «Uno si chiamava Giovanni ed era di Foggia, gli altri due di Bitonto. Miei coetanei, o poco più. Ma insieme si sentivano invincibili». Tutto accadde in piena notte. «Dovevano essere le due quando mi presero dal letto, mani e piedi... Io cercai di dimenarmi, di scappare in corridoio. Ma loro mi sbatterono la testa sul pavimento e persi una prima volta i sensi. Mi portarono nella lavanderia, sullo stesso piano, e abusarono di me. Poi scapparono, lasciandomi svenuto. Mi svegliai forse due ore dopo, completamente nudo. Il sangue usciva dappertutto. Dal naso, dalla bocca, da dietro. Un maresciallo mi coprì con la sua giacca, credevo di morire...»


Prima le sevizie, poi l’omertà. L.D. racconta di essere stato indotto a mentire, per coprire le responsabilità e salvare il buon nome della caserma, quando era ancora imbottito di psicofarmaci. «Il capitano A. mi venne a trovare in infermeria e mi disse che, se avessi riferito l’accaduto, sarei stato congedato con demerito e non avrei avuto accesso ai concorsi. Io, ragazzino, terrorizzato, non ebbi scelta: accettai di mettere a verbale che al mio arrivo alla stazione Termini tre balordi mi avevano trascinato in un giardinetto e violentato. Ai miei genitori raccontai di essere caduto. Provavo una vergogna che non mi ha mai abbandonato e mi ha rovinato la vita. Solo in tempi recenti sono riuscito a liberarmi dei miei fantasmi».

A farlo rinascere è stata «una lunga e provvidenziale psicoterapia». E così il coraggio della denuncia ha preso il sopravvento. «Nelle caserme italiane, anche se meno che in passato - conclude l’assessore piemontese - fatti del genere possono ancora succedere. Voglio esortare le vittime, i ragazzi che oggi hanno l’età che avevo io, a non farsi schiacciare dal silenzio». Il tenente T., a fine corso, lo prese da parte e gli disse: «Scusami, con te siamo stati dei codardi». E c’è anche un altro ricordo che custodisce con affetto: «Un commilitone, al momento di congedarsi, mi lasciò un biglietto sotto il cuscino. Si chiamava Giorgio: ‘Sii forte. Ciao’, mi scrisse. Per anni l’ho tenuto nel portafoglio, l’ho buttato solo di recente». Il maresciallo P, il tenente T, il capitano A... Ordini militareschi urlati nei corridoi. Angoscia. Solitudine. Non senso. E guizzi di umanità. Sembra un romanzo di Dino Buzzati ma quella notte, alla Cecchignola, tutto fu terribilmente reale.

 

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fabrizio12
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calciatoreragazzino
Sono Fabrizio
Vi parlo un po' di me


Ciao a tutti, piacere. Il mio nome lo conoscete. Sono nato lo stesso giorno di Fabrizio De Andrè e Roberto Baggio e ciò, per ragioni diverse, mi inorgoglisce. Del primo, amo la poesia, la naturale empatia con gli ultimi e la giocosa sfrontatezza verso i potenti. Del secondo, apprezzo la fantasia in campo e la ricerca di un equilibrio fuori. Ai tempi delle elementari (Garbatella, Roma) correvo dietro a un pallone e al suo mito (Giggiriva). Delle scuole medie (Eur, Roma) custodisco con affetto le intemerate della professoressa Calvosa e le scazzottate con gli amici nei rettangolini di prato di fronte al Colosseo quadrato. Al liceo (scientifico) mi appassionai con differenti intensità ai poeti ermetici e alle ragazzine, con preferenza per quelle che avevano la borsa di Tolfa. Il 16 marzo 1978 tutto mutò quando fummo convocati in aula magna – le classi ammassate, concitate, le prof in lacrime – perché era successo un fatto grave, enorme, terrorizzante. Lo spartiacque. Il passaggio dall’io al noi. Il 23 novembre dell’80 ero nell’atrio della scuola, arrampicato in cima a un montagna di vestiti da ammassare in un camion per l’Irpinia. Negli anni universitari (La Sapienza, Roma) mi divisi tra Romeo & Juliette, Jim Thompson e le riunioni-fiume per mandare in stampa un giornale scanzonato e non allineato. Intanto, in sella a una Vespa rossa, facevo la gavetta in piccole testate. E nel giro di poco fui addirittura assunto. In un giornale vero. Con la previdenza e l’assistenza, la tredicesima e le ferie pagate. A 23 anni. Un sogno, di cui oggi porto un crescente senso di colpa pensando alle generazioni successive. Mi occupo da molto tempo di cronaca nera, malagiustizia e reticenze del potere. Della mia città amo le banchine del Tevere, la scalinata di viale Glorioso e i cancelli (intesi come stabilimenti balneari). Poesia preferita: “La ballata delle madri”. Canzone preferita. “Il testamento di Tito”. Film preferito: “Pauline à la plage”. Libro preferito: l’ultimo letto (“Omicidio al Giro”, di Paolo Foschi). Attitudini più gradite: generosità e coraggio delle idee. Meno gradite: arroganza e opportunismo. Lavori in preparazione: un romanzo-verità sulla storia di una suora vittima di stupro.
 

Editoriale

 fabrizio peronaci

Il ruolo del giornalismo libero
nei casi di giustizia negata

Non è il sogno di un giornalista idealista, ma una sfida possibile, in questi tempi in cui l’informazione non se la passa tanto bene. Oltre un secolo fa, il presidente Theodore Roosevelt, riferendosi ai cronisti un po’ troppo rompiscatole, coniò una definizione di cui loro si impossessarono, facendola diventare un punto d’onore: muckrakers, gli spalatori di letame. Bravi, bravissimi, i precursori di quel giornalismo d’inchiesta di cui in Italia si sente tanto la mancanza.Una quindicina d’anni fa, a Boston, un’altra squadra di colleghi testardi e coraggiosi riuscì ad alzare il velo su un colossale scandalo di pedofilia, il più grave nella storia della Chiesa. C’è voluto un film vincitore del premio Oscar, perché anche da noi si affacciasse l’idea che il giornalista può essere un personaggio positivo, animato da motivazioni etiche, disinteressato e capace di rischiare in prima persona, di tenersi alla larga dalle lusinghe del potere e della convenienza personale, innamorato di parole desuete come trasparenza, onestà, democrazia. Ecco, è esattamente questo l’obiettivo del gruppo Fb che vi propongo: riallacciare i fili tra le persone, in un confronto leale e ove occorra critico con le istituzioni, al servizio di una società più giusta e solidale. Nell’ambito di tale mission, il giornalismo investigativo, libero da qualsiasi influenza, può assumere un ruolo centrale. La mia storia professionale è orientata verso la cronaca nera, quella che racconta la tragedia e il desiderio di rinascita delle donne e degli uomini, con un’accentuazione di interesse verso le tante, troppe vicende caratterizzate da errori e/o reticenze nella ricerca della verità e nella ricostruzione di fatti aventi rilievo giudiziario.
Cold case, omicidi irrisolti, code avvelenate delle stragi e dei misteri di Stato, depistaggi e trame consumate sulla pelle di innocenti, soprusi contro i più deboli, episodi eclatanti di malasanità, marginalità diffuse: in un Paese in cui la narrazione quotidiana è stata di fatto delegata alle Procure da un sistema informativo ignavo e autoreferenziale, solo un giornalismo forte e fiero della propria autonomia può al contrario fornire un contributo importante al progresso civile e alla coesione sociale. 
Ripartiamo dalle storie, raccontandole senza filtri. Ribaltiamo i paradigmi dell’oggi, tornando a credere nell’impegno e nella passione civile, ognuno nel suo campo, con un occhio attento a ciò che ci accade attorno. 

La partecipazione e il dialogo saranno la nostra forza.

Grazie e benvenuti

Fabrizio, 4 luglio 2016

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