• Giovanni Franzoni / Ricordo di un prete (sposato) rivoluzionario

    Giovanni, prete rivoluzionario

    E se ne è andato anche dom Franzoni, ex abate di San Paolo fuori le Mura, promotore delle comunità di base negli anni Sessanta e Settanta, uno dei teologi più appassionati ed autentici dell'ultimo secolo.
    Pagò il prezzo del coraggio delle idee, sospeso a divinis e ridotto allo stato laicale dalla chiesa di Paolo VI. Ne "La tentazione" gli ho dedicato un passaggio, non poteva mancare: lui, intransigente uomo di fede e marito esemplare.
    Lo ricordo sorridente, quando diceva messa nello scantinato di viale Ostiense; paziente e comprensivo, nel ripetere concetti a me ardui, quando negli anni Ottanta, io poco più che ventenne, lo intervistai per "Il Messaggero" dopo l'uscita del suo libro "Il diavolo mio fratello"; pacato ma preciso nelle critiche contro i ritardi, le arretratezze e le reticenze dei vertici ecclesiastici, quando nel 2011 intervenne nella sua amata Civitella San Paolo alla presentazione di "Mia sorella Emanuela" con Pietro Orlandi, me e l'amico Amerigo.
    Ciao Giovanni, prete rivoluzionario, sempre a fianco degli ultimi. E grazie

    franzoni

fabrizio12
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Sono Fabrizio
Vi parlo un po' di me


Ciao a tutti, piacere. Il mio nome lo conoscete. Sono nato lo stesso giorno di Fabrizio De Andrè e Roberto Baggio e ciò, per ragioni diverse, mi inorgoglisce. Del primo, amo la poesia, la naturale empatia con gli ultimi e la giocosa sfrontatezza verso i potenti. Del secondo, apprezzo la fantasia in campo e la ricerca di un equilibrio fuori. Ai tempi delle elementari (Garbatella, Roma) correvo dietro a un pallone e al suo mito (Giggiriva). Delle scuole medie (Eur, Roma) custodisco con affetto le intemerate della professoressa Calvosa e le scazzottate con gli amici nei rettangolini di prato di fronte al Colosseo quadrato. Al liceo (scientifico) mi appassionai con differenti intensità ai poeti ermetici e alle ragazzine, con preferenza per quelle che avevano la borsa di Tolfa. Il 16 marzo 1978 tutto mutò quando fummo convocati in aula magna – le classi ammassate, concitate, le prof in lacrime – perché era successo un fatto grave, enorme, terrorizzante. Lo spartiacque. Il passaggio dall’io al noi. Il 23 novembre dell’80 ero nell’atrio della scuola, arrampicato in cima a un montagna di vestiti da ammassare in un camion per l’Irpinia. Negli anni universitari (La Sapienza, Roma) mi divisi tra Romeo & Juliette, Jim Thompson e le riunioni-fiume per mandare in stampa un giornale scanzonato e non allineato. Intanto, in sella a una Vespa rossa, facevo la gavetta in piccole testate. E nel giro di poco fui addirittura assunto. In un giornale vero. Con la previdenza e l’assistenza, la tredicesima e le ferie pagate. A 23 anni. Un sogno, di cui oggi porto un crescente senso di colpa pensando alle generazioni successive. Mi occupo da molto tempo di cronaca nera, malagiustizia e reticenze del potere. Della mia città amo le banchine del Tevere, la scalinata di viale Glorioso e i cancelli (intesi come stabilimenti balneari). Poesia preferita: “La ballata delle madri”. Canzone preferita. “Il testamento di Tito”. Film preferito: “Pauline à la plage”. Libro preferito: l’ultimo letto (“Omicidio al Giro”, di Paolo Foschi). Attitudini più gradite: generosità e coraggio delle idee. Meno gradite: arroganza e opportunismo. Lavori in preparazione: un romanzo-verità sulla storia di una suora vittima di stupro.
 

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