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La storia dei cuccioli appena nati, affogati in un secchio pieno d’acqua, chiusi in un sacco nero e gettati nell’immondizia, quando due anni fa diventò di dominio pubblico commosse e indigno’ tantissima gente. Il canile Fontana di Viterbo divento’ l’emblema dei troppi lager d’Italia in cui i quattro zampe invece che protezione trovano sevizie e maltrattamenti. E ora è scattata la condanna: sei mesi di carcere ai proprietari del canile, il doppio di quanto chiesto dal pm. Determinante, tra le prove raccolte, il video con il filmato dell’annegamento delle bestiole. A rendere pubblico il caso fu Fabrizio Peronaci, giornalista investigativo del Corriere della sera, noto per i suoi scoop in materia di grandi gialli, dal caso Orlandi agli scandali vaticani al centro del suo ultimo libro “La tentazione”.

Peronaci, perché hai spostato i tuoi interessi verso gli animali?

“Un cronista deve essere eclettico, saper raccontare tutto. La realtà offre infiniti spunti e quello abitato dalle tante persone che amano gli animali, cani, gatti, uccellini, criceti, conigli e qualsiasi altro essere vivente è un mondo affascinante e gentile, che alimenta tolleranza e spirito di solidarietà. Di qui il mio interesse per questo genere di storie”.

Come è nato lo scoop del video con i cuccioli annegati?

“Nel solito modo: facendo con passione il giornalista, senza snobismi. Che si tatti di grandi gialli della cronaca, scandali di portata storica o microstorie quotidiane, il meccanismo è sempre quello: qualcuno, facendo leva sulla forza democratica dell’informazione, contatta il giornalista per rendere pubblico qualcosa che non va. Così è successo anche stavolta. Quei due minuti di filmato con gli inservienti che schiacciavano i cagnetti agonizzanti in un secchio parlavano talmente chiaro che il resto, dal processo alla sentenza, passando per l’ammirevole impegno dell’associazione animalista FederFida, è stato solo una inevitabile conseguenza”.

Sei mesi di condanna (che non sarà scontata in carcere) per l’omicidio di decine di cani non pare comunque granché…

“Vero, ma ciò che conta è il segnale culturale mandato dal giudice di Viterbo. Un bel segnale: il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a tre mesi per uccisione di animali, e lui ha ritenuto giusto raddoppiarla. Vale soprattutto come deterrente, almeno speriamo. Perché chi è abituato a infierire sugli animali, tra l’altro, quasi sempre è maggiormente predisposto a riversare la sua violenza anche sugli uomini”.

Nei tuoi libri gli animali hanno un ruolo?

“Avendo io sempre trattato egoismi e meschinità umane, legati a fattacci di cronaca nera o giudiziaria, gli animali nei miei libri inchiesta hanno un peso marginale. Però qualche sprazzo di vita a quattro zampe mi è piaciuto inserirlo: ne ‘La tentazione’ il frate fidanzato con una professoressa di lettere ne combina di tutti i colori, partecipando addirittura al furto di un quadro caravaggesco in un convento, ma con il suo inseparabile cane Raf, un bellissimo pastore tedesco ritratto anche in una foto nel libro, rivela tutta la sua delicatezza e bontà d’animo”.

Giovanni De Rosa

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Sono Fabrizio
Vi parlo un po' di me


Ciao a tutti, piacere. Il mio nome lo conoscete. Sono nato lo stesso giorno di Fabrizio De Andrè e Roberto Baggio e ciò, per ragioni diverse, mi inorgoglisce. Del primo, amo la poesia, la naturale empatia con gli ultimi e la giocosa sfrontatezza verso i potenti. Del secondo, apprezzo la fantasia in campo e la ricerca di un equilibrio fuori. Ai tempi delle elementari (Garbatella, Roma) correvo dietro a un pallone e al suo mito (Giggiriva). Delle scuole medie (Eur, Roma) custodisco con affetto le intemerate della professoressa Calvosa e le scazzottate con gli amici nei rettangolini di prato di fronte al Colosseo quadrato. Al liceo (scientifico) mi appassionai con differenti intensità ai poeti ermetici e alle ragazzine, con preferenza per quelle che avevano la borsa di Tolfa. Il 16 marzo 1978 tutto mutò quando fummo convocati in aula magna – le classi ammassate, concitate, le prof in lacrime – perché era successo un fatto grave, enorme, terrorizzante. Lo spartiacque. Il passaggio dall’io al noi. Il 23 novembre dell’80 ero nell’atrio della scuola, arrampicato in cima a un montagna di vestiti da ammassare in un camion per l’Irpinia. Negli anni universitari (La Sapienza, Roma) mi divisi tra Romeo & Juliette, Jim Thompson e le riunioni-fiume per mandare in stampa un giornale scanzonato e non allineato. Intanto, in sella a una Vespa rossa, facevo la gavetta in piccole testate. E nel giro di poco fui addirittura assunto. In un giornale vero. Con la previdenza e l’assistenza, la tredicesima e le ferie pagate. A 23 anni. Un sogno, di cui oggi porto un crescente senso di colpa pensando alle generazioni successive. Mi occupo da molto tempo di cronaca nera, malagiustizia e reticenze del potere. Della mia città amo le banchine del Tevere, la scalinata di viale Glorioso e i cancelli (intesi come stabilimenti balneari). Poesia preferita: “La ballata delle madri”. Canzone preferita. “Il testamento di Tito”. Film preferito: “Pauline à la plage”. Libro preferito: l’ultimo letto (“Omicidio al Giro”, di Paolo Foschi). Attitudini più gradite: generosità e coraggio delle idee. Meno gradite: arroganza e opportunismo. Lavori in preparazione: un romanzo-verità sulla storia di una suora vittima di stupro.