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Fabrizio redazione

Film «Spotlight» e sequestro Orlandi da Boston avvisi in codice al Vaticano

SUna lettera partita dalla città dello scandalo pedofilia rimanda alla trattativa in corso nel 1983 per chiudere il caso Ior-Ambrosiano: i rapitori di Emanuela, indicando 5-84, dettarono i tempi dell’accordo di Ginevra?

Spotlight 1

Giornalisti investigativi, messaggi in codice e opachi traffici finanziari. Dopo la prova dei legami tra Boston e il caso Orlandi, rappresentata dal fatto che alcune lettere di rivendicazione del rapimento di Emanuela partirono dall’ufficio di Kenmore station, lo stesso in cui i preti pedofili avevano aperto una casella postale, è proprio una delle missive «americane» a svelare una traccia inedita. Si tratta di un spunto mai preso in considerazione, legato a un altro scandalo di quel periodo: il crack Ior-Ambrosiano.


Capi di Stato

Papa Giovanni Paolo II

L’intrigo è complicato, attenzione: siamo nel secondo semestre del 1983, nel periodo in cui le indagini sul sequestro della figlia del messo pontificio e di Mirella Gregori (l’altra quindicenne scomparsa a Roma) tengono con il fiato sospeso l’opinione pubblica italiana e mondiale. I rapitori insistono, tramite comunicati all’apparenza sconnessi, nel chiedere la scarcerazione di Alì Agca (attentatore di papa Wojtyla nell’81), in cambio della liberazione della «ragazza con la fascetta». E’ evidente che si tratta di una richiesta-schermo, implausibile, che tuttavia non viene sottovalutata dagli inquirenti, in quanto sottintende trattative sotterranee in corso. Ciò è dimostrato da almeno due dati obiettivi: l’interessamento di Giovanni Paolo II, che lancia ben otto appelli pubblici per Emanuela, e di Sandro Pertini, che il 20 ottobre entra nella partita, chiedendo la liberazione di Mirella «senza condizioni», tramite un’intervista all’Ansa. Due capi di Stato coinvolti in prima persona nei negoziati, dunque. Questo è il contesto.



 

Ipotetico movente

Pietro Orlandi a colloquio con Alì Agca, nel gennaio 2010 a IstanbulIl sospetto è che le due ragazze siano state prese, allontanate da casa con un trucco e poi trattenute, per esercitare pressioni in ambito vaticano, dove i contrasti investono sia la politica estera fermamente anticomunista di Wojtyla, osteggiata dai fautori della Ostpolitik, sia la spregiudicata gestione dello Ior di monsignor Marcinkus. Emanuela Orlandi potrebbe essere stata scelta in quanto cittadina della Santa Sede e Mirella Gregori per la conoscenza indiretta di un funzionario della Gendarmeria, che abita vicino casa sua. Fatto è che, all’improvviso, a partire dal settembre 1983, i comunicati dei sequestratori (ritenuti autentici in base a una perizia grafologica) cominciano a pervenire da Boston, dove lo scandalo pedofilia è già in corso da tempo, anche se non esploso apertamente. Il cardinale Bernard Francis Law, che finirà sotto processo vent’anni dopo in seguito alle inchieste del team di giornalisti ribattezzato «Spotlight», è lì, sulla East Coast che presta servizio. In ambienti ecclesiastici, quindi, non si può escludere che qualche voce sia arrivata fino a Roma. Il che potrebbe spiegare l’intento (intimidatorio o ricattatorio) di far spedire le lettere precisamente da Kenmore station, il più equivoco dei mittenti. E’ come dire alla controparte: badate, noi siamo a conoscenza dell’immondo traffico, vi conviene accettare le nostre richieste.

 

 

 

 

Il nuovo indizio

Fin qui il tassello già svelato. Ma adesso, dall’esame della più importante delle lettere spedite da Boston, spunta un’ulteriore chiave di lettura. La missiva reca la data del 15 ottobre 1983 e fu indirizzata al giornalista americano Richard Roth, corrispondente a Roma per l’emittente Cbs. Il Corriere è in grado di mostrarla nella versione integrale. Cosa c’è scritto? La prima parte ribadisce la richiesta di scarcerazione di Agca e ufficializza l’avvenuto rapimento della Gregori, rimasto in secondo piano. Poi viene dato l’annuncio del «prelevamento» di due «cittadine di nazionalità statunitense», con un’aggiunta sibillina: «Forniremo i nominativi nel corso del mese 5-1984». Gli inquirenti, tramite scambi di informazione con la polizia d’oltreoceano, cercarono lumi. V’era notizia di due giovani americane rapite? Non se ne seppe nulla. 


Informazioni riservate

Marco AccettiEd eccoci così alla spiegazione affiorata oggi, che è di tutt’altro genere e conduce alla guerra tra faccendieri in corso in quel periodo (il banchiere Calvi era stato trovato morto sotto il ponte dei Frati Neri nel giugno 1982). E’ stato il superteste Marco Accetti, nel marzo 2013, al momento di presentarsi in Procura per autoaccusarsi del sequestro delle quindicenni per conto di una fazione di laici ed ecclesiastici contraria a papa Wojtyla, a fornire il nuovo scenario: «Con quella lettera, scritta a Roma da una mia conoscente e spedita da Boston da un’altra persona a me riconducibile - ha rivelato il fotografo sessantenne al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo - il mio gruppo, fortemente avverso a monsignor Marcinkus, intendeva dettare tempi certi per la vertenza Ior-Ambrosiano. Noi sapevamo, da informazioni riservate, che nella Città del Vaticano vi era in esame la possibilità di corrispondere parte dei debiti contratti dall’Istituto Opere di Religione proprio nel maggio 1984. E così andò. Fu uno dei pochi risultati da noi raggiunti. La data dell’intesa, che nell’ottobre 1983 nessuno pubblicamente prevedeva e che non compare neanche in documenti ufficiali, corrisponde in pieno. E questa è una prova».


Quei 250 miliardi di lire

L’accordo tra Ior e Ambrosiano, effettivamente, sarà firmato in Svizzera il 25 maggio 1984, sette mesi dopo. Una transazione onerosa per le casse della Santa Sede: 250 miliardi di lire, la metà dei quali versati all’istituto in bancarotta. Nient’altro che coincidenze? La missiva partita dal Massachusetts, vergata con grafia inclinata e quasi infantile, solo per caso pare prefigurare l’intesa di Ginevra? Non rimane che attenersi ai fatti. Marco Accetti non è stato ritenuto credibile e l’inchiesta Orlandi-Gregori lo scorso ottobre è stata archiviata dal gip, su richiesta del procuratore Giuseppe Pignatone e con il dissenso di Capaldo, che non ha firmato il relativo atto di stop alle indagini. Pende inoltre il ricorso in Cassazione della famiglia Orlandi (Pietro, il fratello di Emanuela, giorni fa ha rivelato il j’accuse pronunciato da suo padre Ercole sul letto di morte) e il 9 aprile si concluderà la perizia psichiatrica su Accetti. Giallo esaurito, insomma, o sul punto di riaprirsi? Difficile dirlo. Molto sembra dipendere anche da prove e riscontri provenienti da Boston, città di giornalisti coraggiosi e tenaci...

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fabrizio12
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Sono Fabrizio
Vi parlo un po' di me


Ciao a tutti, piacere. Il mio nome lo conoscete. Sono nato lo stesso giorno di Fabrizio De Andrè e Roberto Baggio e ciò, per ragioni diverse, mi inorgoglisce. Del primo, amo la poesia, la naturale empatia con gli ultimi e la giocosa sfrontatezza verso i potenti. Del secondo, apprezzo la fantasia in campo e la ricerca di un equilibrio fuori. Ai tempi delle elementari (Garbatella, Roma) correvo dietro a un pallone e al suo mito (Giggiriva). Delle scuole medie (Eur, Roma) custodisco con affetto le intemerate della professoressa Calvosa e le scazzottate con gli amici nei rettangolini di prato di fronte al Colosseo quadrato. Al liceo (scientifico) mi appassionai con differenti intensità ai poeti ermetici e alle ragazzine, con preferenza per quelle che avevano la borsa di Tolfa. Il 16 marzo 1978 tutto mutò quando fummo convocati in aula magna – le classi ammassate, concitate, le prof in lacrime – perché era successo un fatto grave, enorme, terrorizzante. Lo spartiacque. Il passaggio dall’io al noi. Il 23 novembre dell’80 ero nell’atrio della scuola, arrampicato in cima a un montagna di vestiti da ammassare in un camion per l’Irpinia. Negli anni universitari (La Sapienza, Roma) mi divisi tra Romeo & Juliette, Jim Thompson e le riunioni-fiume per mandare in stampa un giornale scanzonato e non allineato. Intanto, in sella a una Vespa rossa, facevo la gavetta in piccole testate. E nel giro di poco fui addirittura assunto. In un giornale vero. Con la previdenza e l’assistenza, la tredicesima e le ferie pagate. A 23 anni. Un sogno, di cui oggi porto un crescente senso di colpa pensando alle generazioni successive. Mi occupo da molto tempo di cronaca nera, malagiustizia e reticenze del potere. Della mia città amo le banchine del Tevere, la scalinata di viale Glorioso e i cancelli (intesi come stabilimenti balneari). Poesia preferita: “La ballata delle madri”. Canzone preferita. “Il testamento di Tito”. Film preferito: “Pauline à la plage”. Libro preferito: l’ultimo letto (“Omicidio al Giro”, di Paolo Foschi). Attitudini più gradite: generosità e coraggio delle idee. Meno gradite: arroganza e opportunismo. Lavori in preparazione: un romanzo-verità sulla storia di una suora vittima di stupro.