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Fabrizio redazione

Dal giallo Orlandi all’ultima spy story Telefonata choc su Alessia Rosati «Sta tanto male, rintracciatela»

Il padre della ventunenne sparita nel 1994: «Chiamò una donna preoccupatissima». Ecco tutti gli indizi sui quattro enigmi: la «ragazza con la fascetta», Mirella Gregori, Katy Skerl e adesso la giovane di Montesacro

Giallo Alessia Rosati

Il giallo di Alessia Rosati, venuto alla luce grazie alle dichiarazioni del superteste del caso Orlandi indagato per autocalunnia in seguito alla recente archiviazione dell’inchiesta, registra una novità per molti versi angosciante. Circa un anno dopo la scomparsa della studentessa di Lettere ventunenne, abitante a Montesacro, il 6 luglio 1995, sulla segreteria telefonica dei genitori fu lasciato un messaggio. «Alessia sta tanto male... Rintracciatela!», ripeteva in modo concitato una donna. Il padre, al momento di presentare denuncia al commissariato di zona, specificò che la voce era «verosimilmente straniera, forse jugoslava, dal tono imprecisato». «L’impressione mia e di mia moglie - spiega oggi Antonio Rosati - fu che la misteriosa signora, che doveva essere abbastanza giovane, ci stesse esortando a fare qualcosa per nostra figlia. Pareva in grande ansia, preoccupata. Solo che non forniva alcuna traccia, né lasciò un contatto». Troppo poco, per tentare di indirizzare le indagini. Tanto più che la polizia, in seguito alla lettera con cui Alessia aveva annunciato a un’amica di partire per l’estero con un ragazzo incontrato in via Conca d’Oro, già da molti mesi aveva derubricato la scomparsa (o il possibile sequestro) in una fuga volontaria. 


Nuovo Scenario

Marco Fassoni AccettiOggi il quadro è completamente mutato. Marco Fassoni Accetti, il fotografo d’arte che nel 2013 si autoaccusò del rapimento di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori (1983) e che nei molti interrogatori innanzi al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo dichiarò di sapere con certezza che la diciassettenne Katy Skerl fu uccisa nel 1984 per ritorsione, proprio in seguito al rapimento delle quindicenni, la settimana scorsa ha rivelato circostanze inedite anche su un quarto cold case: quello di Alessia, appunto. La giovane, militante di estrema sinistra, frequentatrice del centro sociale «Hai visto Quinto?» e della sede dei collettivi autonomi in via dei Volsci, non tornò a casa il 23 luglio 1994 dopo aver accompagnato l’amica Claudia all’esame di maturità. Ma cosa accadde in effetti quella mattina, al di là della versione fornita nella successiva lettera alla stessa Claudia, sulla quale la famiglia ha sempre nutrito dubbi? Fassoni Accetti nel suo blog, che è tuttora monitorato in quanto potrebbe contenere notitiae criminis, lo racconta in questi termini: «Con Alessia Rosati e alcuni compagni del comunismo romano ci accingevamo a compiere un’azione che ricalcava i finti sequestri Orlandi e Gregori. Le componenti comuni erano l’abbandono volontario della casa familiare, la presenza al momento della scomparsa di un’amica, la presenza di un ragazzo che apparentemente induce alla fuga per motivi sentimentali».


Lo scandalo dei fondi neri

Pur se con linguaggio criptico, il fotografo (che gestisce un locale in via Tripoli, al Nomentano) nel successivo paragrafo precisa anche il movente dell’azione: «Nel 1993 nel Sisde si verificarono notevoli turbative, nel cui ambito esercitammo pressioni nei confronti di alcuni membri. Secondo uno dei nostri moduli di operare, abbisognavamo di una ragazza con estrazione di sinistra, per chiederle di collaborare nell’esercizio di queste pressioni». Il riferimento è allo scandalo dei fondi neri, che all’epoca sconvolse il già chiacchierato mondo dei servizi nostrani. Le «pressioni» vanno interpretate nel senso di ricatti legati alla sparizione di Alessia, comprese allusioni e illazioni di carattere sessuale, con l’obiettivo di distruggere la reputazione di alcuni funzionari. Il quadro, posto a confronto con la Vatican connection, sarebbe dunque questo. Se nel 1983 l’intento del gruppo filo-Ostpolitik in cui Fassoni Accetti sostiene di essere stato ingaggiato fu quello di contrastare (grazie alla sparizione di Emanuela e Mirella) la politica anticomunista di papa Wojtyla, 11 anni dopo a finire nel mirino dello stesso equivoco «ganglio» annidato in centri di potere italiani e vaticani sarebbero state le barbe finte.


Il dissenso in Procura

Giancarlo CapaldoLa solidità dello scenario, naturalmente, è da verificare. La famiglia Rosati, che vive da oltre 5 lustri nell’incubo dell’attesa, nei giorni scorsi ha chiesto alla Procura di riaprire l’inchiesta sulla scomparsa di Alessia. E non è escluso che, alla luce delle novità, un fascicolo venga formalizzato in tempi brevi. Il «curriculum» a metà tra lo spionistico e il delinquenziale riempito da Marco Fassoni Accetti negli anni Ottanta e Novanta, d’altronde, l’aggiunto Giancarlo Capaldo (estromesso dal caso Orlandi ad inizio 2015, quando il capo della Procura, Giuseppe Pignatone, ha ritenuto di chiedere l’archiviazione) lo conosce molto bene. Lo stesso Capaldo è infatti stato titolare fino a qualche tempo fa di un’inchiesta parallela su Fassoni Accetti, tuttora aperta: quella relativa alla morte di Josè Garramon, il figlio di un funzionario della Fao travolto a Castelporziano il 21 dicembre 1983 da un furgone guidato dal fotografo, allora 27enne. I nodi sono almeno due: non si è mai chiarito come il ragazzino fosse giunto nella pineta e cosa stesse facendo in zona, alle sette e mezzo di sera, l’investitore. Lui ha dichiarato che si trovava lì per andare a controllare Emanuela Orlandi, a suo dire segregata e controllata a vista da una carceriera in un camper poco distante. Su questa circostanza-chiave, però, oltre due anni di istruttoria non sono bastati a fare luce.


La concatenazione di enigmi

Restano in ogni caso agli atti i tanti indizi (valutati con attenzione da Capaldo, giudicati frutto di «un fantasioso lavoro di sceneggiatura» da Pignatone) forniti dall’indecifrabile personaggio. L’esame combinato dà luogo a una concatenazione di gialli degna del più complicato dei thriller. Quanto a Emanuela, Fassoni Accetti ha consegnato un flauto che la famiglia ha riconosciuto come quello appartenuto alla ragazza, ha insistito perché venisse effettuata la perizia fonica, così da dimostrare che fu lui a telefonare a casa Orlandi e al cardinale Casaroli in quei mesi terribili ed elencato circostanze non note, connesse all’intrigo, come la morte per incidente domestico (ottobre 1983) di Paola Diener, figlia del responsabile dell’archivio segreto vaticano, presa di mira anche lei per eventuali pressioni; quanto a Mirella Gregori, il fotografo ha descritto le modalità dell’allontanamento da casa a Porta Pia, precisando che la quindicenne si sarebbe rifugiata in un appartamento nei pressi di corso d’Italia e che, dopo essere stata trasferita all’estero, a fine 1993 sarebbe tornata per incontrare la madre vicino Villa Borghese; quanto a Katy Skerl, infine, ha sostenuto che la diciassettenne (pure lei militante di sinistra, iscritta alla Fgci) fu assassinata per vendetta, tramite strangolamento, dalla «fazione opposta» al suo gruppo e che il corpo fu abbandonato a Grottaferrata per una sorta di messaggio in codice, considerato che in quella località aveva sede la fondazione «Pro Fratribus», finanziatrice di Solidarnosc.


 Il mistero della tomba
lapide Skerl

Sempre sul caso Skerl, Fassoni Accetti ha rivelato dettagli agghiaccianti, se confermati: la tomba della studentessa, situata al Verano, sarebbe stata violata una decina d’anni fa e la bara portata via per sottrarre alcune prove, in particolare la camicetta bianca con cui fu vestita la salma (che avrebbe una particolare etichetta, «Frattina 1982»). Vero? Falso? «Sceneggiatura» delirante? Per rispondere basterebbe compiere una verifica, spostando la lapide, nella seconda fila di loculi del riquadro 115 del cimitero monumentale. L’avvocato di Fassoni Accetti, sia egli un lucido reo confesso, un inquietante Raskol’nikov afflitto dai sensi di colpi o, come ha ritenuto il gip, un mitomane, sull’argomento ha depositato a inizio settembre un esposto-denuncia a Piazzale Clodio. Il quadruplice giallo, ora che è stata archiviata l’inchiesta su Emanuela e Mirella, continua insomma a inquietare. E chissà se la chiave risolutiva, come nella più sorprendente delle detective stories, verrà dalle due vittime ritenute marginali: la povera Katy che gli amici ancora celebrano su Facebook per la sua simpatia e Alessia, la ragazza dai capelli ramati che indossava la kefiah e sognava un mondo diverso.

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fabrizio12
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Sono Fabrizio
Vi parlo un po' di me


Ciao a tutti, piacere. Il mio nome lo conoscete. Sono nato lo stesso giorno di Fabrizio De Andrè e Roberto Baggio e ciò, per ragioni diverse, mi inorgoglisce. Del primo, amo la poesia, la naturale empatia con gli ultimi e la giocosa sfrontatezza verso i potenti. Del secondo, apprezzo la fantasia in campo e la ricerca di un equilibrio fuori. Ai tempi delle elementari (Garbatella, Roma) correvo dietro a un pallone e al suo mito (Giggiriva). Delle scuole medie (Eur, Roma) custodisco con affetto le intemerate della professoressa Calvosa e le scazzottate con gli amici nei rettangolini di prato di fronte al Colosseo quadrato. Al liceo (scientifico) mi appassionai con differenti intensità ai poeti ermetici e alle ragazzine, con preferenza per quelle che avevano la borsa di Tolfa. Il 16 marzo 1978 tutto mutò quando fummo convocati in aula magna – le classi ammassate, concitate, le prof in lacrime – perché era successo un fatto grave, enorme, terrorizzante. Lo spartiacque. Il passaggio dall’io al noi. Il 23 novembre dell’80 ero nell’atrio della scuola, arrampicato in cima a un montagna di vestiti da ammassare in un camion per l’Irpinia. Negli anni universitari (La Sapienza, Roma) mi divisi tra Romeo & Juliette, Jim Thompson e le riunioni-fiume per mandare in stampa un giornale scanzonato e non allineato. Intanto, in sella a una Vespa rossa, facevo la gavetta in piccole testate. E nel giro di poco fui addirittura assunto. In un giornale vero. Con la previdenza e l’assistenza, la tredicesima e le ferie pagate. A 23 anni. Un sogno, di cui oggi porto un crescente senso di colpa pensando alle generazioni successive. Mi occupo da molto tempo di cronaca nera, malagiustizia e reticenze del potere. Della mia città amo le banchine del Tevere, la scalinata di viale Glorioso e i cancelli (intesi come stabilimenti balneari). Poesia preferita: “La ballata delle madri”. Canzone preferita. “Il testamento di Tito”. Film preferito: “Pauline à la plage”. Libro preferito: l’ultimo letto (“Omicidio al Giro”, di Paolo Foschi). Attitudini più gradite: generosità e coraggio delle idee. Meno gradite: arroganza e opportunismo. Lavori in preparazione: un romanzo-verità sulla storia di una suora vittima di stupro.