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Fabrizio redazione

Caso Orlandi, perizia psichiatrica sul superteste.
La madre di Josè: «È antisociale, come i serial killer»

Marco Accetti, autoaccusatosi del sequestro di Emanuela, nel 1983 investì e uccise il piccolo Garramon. Parla la mamma: «Ho contattato specialisti che lo hanno studiato per mesi: è capace di intendere e di volere. Lui portò mio figlio nella pineta»

Garramon José

Uno dei più noti cold case ereditati dal secolo scorso, la duplice scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, le quindicenni sparite nel 1983 nell’ambito di un intrigo popolato da spie, tonache e faccendieri, torna d’attualità a Palazzo di Giustizia. Lucido depistatore o malato di mente? La parola passa agli specialisti. É previsto per martedì 9 febbraio 2016, alle 18.30, l’incidente probatorio durante il quale Marco Fassoni Accetti sarà sottoposto a perizia psichiatrica dal professor Stefano Ferracuti. L’accertamento a carico del fotografo che nel 2013 si autoaccusòdi aver partecipato al doppio sequestro per conto di una fazione ecclesiastica contraria a papa Wojtyla era stato richiesto dalla procura di Roma nel corso delle indagini più recenti: il supertestimone, in seguito all’archiviazione dell’inchiesta Orlandi-Gregori decisa 4 mesi fa, oggi deve infatti rispondere di calunnia e autocalunnia.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Terzo enigma

Garramon Maria LauraMa non è tanto sulla scomparsa delle ragazze che la perizia sull’enigmatico personaggio, difeso dall’avvocato Giovanni Luigi Guazzotti, potrebbe influire, bensì su un terzo giallo: la morte di Josè Garramon, il bimbo uruguayano investito da Accetti il 21 dicembre 1983 a Castel Porziano. Per questo episodio la giustizia ha fatto il suo corso, condannando il responsabile per omicidio colposo e omissione di soccorso, ma non si è mai spiegato come il ragazzino potesse essere giunto in pineta alle 19.30, essendo uscito solo un’ora prima dal barbiere in zona Eur, a oltre 20 chilometri di distanza. La mamma di Josè ha sempre ritenuto che fosse stato proprio il superteste del caso Orlandi-Gregori a rapire suo figlio caricandolo sul suo furgone, per poi investirlo volontariamente. Ma non solo: altri elementi inediti e inquietanti emergono da questa intervista, a partire da una dichiarazione sull’effettiva residenza del fotografo resa ai carabinieri a caldo, la sera della tragedia.

Signora, come sta?

«Sempre in attesa di notizie - risponde Maria Laura Garramon da Punta del Este, in Uruguay - Se la giustizia italiana non riuscirà a dirmi la verità, ho già pronto il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, a Strasburgo».


Cosa ha provato alla notizia che l’uomo che 32 anni fa investì e uccise suo figlio dodicenne sta per essere sottoposto a perizia psichiatrica?

«Sto seguendo tutto, i miei avvocati sono pronti a intervenire. Nel 2013, subito dopo che si attribuì responsabilità nel caso di Emanuela e Mirella, cominciai a farlo studiare da criminologi e psichiatri di Buenos Aires. É stato un approfondimento serio, durato mesi, e alla fine non hanno avuto dubbi. Accetti soffre di un deficit della personalità tipo borderline, con caratteristiche antisociali: è la patologia tipica degli assassini seriali».

Lei quindi ritiene che sia gravemente disturbato di mente?

Marco Fassoni Accetti«No, assolutamente. Gli specialisti da me contattati, pur definendolo pericoloso e antisociale, non considerano l’uomo che ha ucciso mio figlio incapace di intendere e di volere. Non è che non lo si possa incolpare e condannare, anzi. Ho appena letto uno studio del professore Ferracuti secondo cui gli antisociali possono essere capaci di intendere. La personalità borderline molte volte è accompagnata da un’alta intelligenza e non va scartata l’ipotesi che l’uomo che mi ha distrutto la vita abbia voluto giocare a scacchi con tutti noi, approfittando degli aspetti più torbidi della recente e triste storia del Vaticano e dell’Italia in generale».

Il contesto storico degli anni ‘80, dall’attentato al papa allo scandalo Ior-Ambrosiano, è entrato a lungo nelle indagini. Lei dunque ipotizza che l’investitore di Josè sia stato arruolato da una delle fazioni contrapposte all’ombra del Vaticano e per questo coinvolto in fatti criminali?

«Non lo so e non posso escluderlo, certo. In quella congiuntura internazionale sia il Vaticano, sia la P2, sia alti prelati come Marcinkus potrebbero avere utilizzato un simile personaggio per altri scopi: non è mai stato provato, però siamo certi che soggetti di questo genere sono esistiti».

Il punto decisivo riguarda chi portò Josè nella pineta quella maledetta sera d’inverno. Lei che idea si è fatta? 

«La questione centrale è che non sono state mai fatte indagini corrette. L’assassino di mio figlio non uscì da casa di suo padre nel quartiere Africano, bensì da dove egli stesso dichiarò di essere residente durante il primo interrogatorio dei carabinieri: in via Curzio Malaparte, dalla parti della via Laurentina, che distava solamente un chilometro da casa mia. In seguito, consigliato dai suoi avvocati, Accetti dichiarò un’altra strada, sempre al quartiere Africano, però è la prima dichiarazione che conta. E che dimostra altre cose importanti: cioè che fu lui a sequestrare mio figlio, perché lo conosceva già, all’angolo della Laurentina con via dell’Aeronautica, dove Josè andava a giocare per far volare i suoi piccoli aerei».

Signora Garramon, lei si dice certa di fatti gravi ma non provati. Possibile che negli ultimi tre anni, da quando l’inchiesta sul suo caso è stata riaperta dalla Procura, non sia emerso nulla?

«Il procuratore aggiunto Capaldo nei miei confronti è stato educato e gentile, però non è stato corretto. Non sono stata aggiornata sugli sviluppi, non si è risposto a tante mie domande, ad esempio sullascomparsa di alcuni verbali dal fascicolo, e di recente ho saputo che vogliono archiviare. Tutto questo nonostante i tanti fatti fuori discussione. C’è la dichiarazione di un impiegato del bar nei pressi di casa mia, il quale riconobbe di averlo visto sul marciapiede vicino la farmacia. Inoltre, lo stesso assassino di mio figlio si era presentato a casa nostra, poco tempo prima, vestito da sacerdote; sono talmente sicura che potrei giurarlo sulla mia famiglia intera. Io il caso lo conosco bene, sono più di 32 anni che lo studio. E adesso, se il gip deciderà l’archiviazione, non mi arrendo. Andrò a chiedere giustizia a Strasburgo».

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fabrizio12
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Sono Fabrizio
Vi parlo un po' di me


Ciao a tutti, piacere. Il mio nome lo conoscete. Sono nato lo stesso giorno di Fabrizio De Andrè e Roberto Baggio e ciò, per ragioni diverse, mi inorgoglisce. Del primo, amo la poesia, la naturale empatia con gli ultimi e la giocosa sfrontatezza verso i potenti. Del secondo, apprezzo la fantasia in campo e la ricerca di un equilibrio fuori. Ai tempi delle elementari (Garbatella, Roma) correvo dietro a un pallone e al suo mito (Giggiriva). Delle scuole medie (Eur, Roma) custodisco con affetto le intemerate della professoressa Calvosa e le scazzottate con gli amici nei rettangolini di prato di fronte al Colosseo quadrato. Al liceo (scientifico) mi appassionai con differenti intensità ai poeti ermetici e alle ragazzine, con preferenza per quelle che avevano la borsa di Tolfa. Il 16 marzo 1978 tutto mutò quando fummo convocati in aula magna – le classi ammassate, concitate, le prof in lacrime – perché era successo un fatto grave, enorme, terrorizzante. Lo spartiacque. Il passaggio dall’io al noi. Il 23 novembre dell’80 ero nell’atrio della scuola, arrampicato in cima a un montagna di vestiti da ammassare in un camion per l’Irpinia. Negli anni universitari (La Sapienza, Roma) mi divisi tra Romeo & Juliette, Jim Thompson e le riunioni-fiume per mandare in stampa un giornale scanzonato e non allineato. Intanto, in sella a una Vespa rossa, facevo la gavetta in piccole testate. E nel giro di poco fui addirittura assunto. In un giornale vero. Con la previdenza e l’assistenza, la tredicesima e le ferie pagate. A 23 anni. Un sogno, di cui oggi porto un crescente senso di colpa pensando alle generazioni successive. Mi occupo da molto tempo di cronaca nera, malagiustizia e reticenze del potere. Della mia città amo le banchine del Tevere, la scalinata di viale Glorioso e i cancelli (intesi come stabilimenti balneari). Poesia preferita: “La ballata delle madri”. Canzone preferita. “Il testamento di Tito”. Film preferito: “Pauline à la plage”. Libro preferito: l’ultimo letto (“Omicidio al Giro”, di Paolo Foschi). Attitudini più gradite: generosità e coraggio delle idee. Meno gradite: arroganza e opportunismo. Lavori in preparazione: un romanzo-verità sulla storia di una suora vittima di stupro.