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Fabrizio redazione

Davide Cervia, la figlia: «Mio padre tradito dallo Stato che servì»

Il superesperto in guerre elettroniche fu sequestrato nel 1990. Si apre il processo contro Difesa e Giustizia. Erika, 32 anni: «Papà vittima di una triangolazione tra aziende di armi, servizi deviati e politica corrotta. Tengo il suo bruco di peluche sul comodino»

Erika Cervia

E’ uno dei gialli più inquietanti lasciati in eredità dal secolo scorso. Davide Cervia, 31 anni, svanì nel nulla il 12 settembre 1990, alla vigilia della prima Guerra del Golfo. L’atroce dubbio è che sia stato inghiottito nel vortice del commercio di uomini e armi. Ucciso. Il corpo reso introvabile. All’inizio si parlò di allontanamento volontario, anche se un testimone disse di aver visto il giovane esperto in tecnologie belliche caricato a forza su un’auto verde e, mesi dopo, il suo nome comparve su un volo Parigi-Il Cairo. Decenni di battaglia per la verità, interrogazioni parlamentari, sit-in contro le trame di Stato e i depistaggi. Oggi la famiglia - anche a costo di pagare di tasca propria la fonoregistrazione delle udienze - è riuscita a ottenere, per la prima volta dopo 26 anni, una sede giudiziaria per accertare l’accaduto: venerdì 27 maggio alle 10, davanti alla II sezione civile, compariranno i rappresentanti dei ministeri della Difesa e della Giustizia, citati in giudizio per i ritardi e le omissioni nel fornire alla magistratura la specializzazione del militare, già in possesso del brevetto di esperto in guerre elettroniche con la sigla ETE/GE, il che rappresenterebbe il vero movente del sequestro. In aula, in prima fila, ci sarà Erika Cervia, 32 anni. E’ sposata da pochi mesi con «un uomo meraviglioso», gestisce un centro benessere e adora gli animali. Una ragazza come tante, se non fosse per il suo vissuto: 25 anni in attesa di una carezza che non riceverà. In questa intervista racconta il dolore di lei bambina privata del padre, l’indignazione di una giovane cittadina costretta a fare i conti con un passato non suo e cosa dirà a suo figlio del nonno mai conosciuto.

Erika, che ricordi hai di quando tuo padre sparì?

«Allora avevo solo sei anni. Quel pomeriggio ero sul piazzale di fronte casa con mia mamma e mio fratello Daniele a esercitarmi in bici senza rotelle. Non stavo nella pelle, ero riuscita a tenermi in equilibrio ed ero impaziente di dirlo a papà. Qualcosa, però, non andò come speravo: passavano le ore e di lui non c’era traccia. Percepii l’ansia di mamma. Chiamammo i nonni, Alberto e Lina, che allora vivevano ancora a Roma e si precipitarono da noi a Velletri. Fui io a dire loro al telefono che papà non era tornato. Da quel momento cambiò il corso delle vite di tutti noi».

Chiudi gli occhi e pensa a lui. Quali immagini vedi?

«Momenti allegri, felici. Quando nacque mio fratello e, per non farmi soffrire di gelosia, mi regalò un bruco di peluche che ho tuttora sul comodino; quando costruì una casa di cartone con le tendine e il tappetino all’ingresso e, in giardino, le altalene con le quali abbiamo giocato per anni; quando ci portava a raccogliere le rose per mamma, per farle una sorpresa, lungo la via di campagna dove abitavamo».

Come è cambiata la tua giovinezza?

«Devo ammettere che i miei nonni e mia mamma sono stati bravi a non farci capire quanto stava accadendo, ma non posso dimenticare la sensazione di paura che mi perseguita ancora oggi. Ricordo il telefono che squillava di continuo e l’angoscia di chi andava a rispondere e si trovava ad ascoltare minacce e strani nastri. Non dimentico quei presunti cacciatori con il fucile in spalla nel nostro giardino: cos’erano venuti a fare? O quando andai con mia mamma a trovare nonno Alberto in ospedale e all’uscita 4 uomini ci fissavano in maniera per niente rassicurante, Entrammo in macchina velocemente e lo fecero anche loro, pedinandoci a lungo, finché mia madre non trovò un bar aperto e ci portò in salvo».

Come hanno vissuto le tue amiche ciò che ti è capitato?


«Non ne ho idea. Il rapimento di mio padre per tutta la mia adolescenza è stato un tabù. Non ne ho parlato con nessuno, se non con mio marito in tempi recenti. Il silenzio mi ha aiutata a non soffrire».

Ho conosciuto tua madre e tuo nonno all’epoca dei fatti. La loro forza serena commuove. Tu ora sei qui a prendere il loro testimone?



«Mia madre e mio nonno sono stati per me un esempio di coraggio e determinazione. Hanno affrontato una storia che solo nei film pensavano di poter vedere con grande dignità e umiltà. Mi hanno insegnato che è necessario combattere per i propri principi senza farsi spaventare dalla potenza e dall’arroganza dell’avversario. Non permetterò che il caso Cervia cada nel dimenticatoio e mio padre non abbia giustizia».

Che effetto ti ha fatto sfilare, in una recente manifestazione, con quel cartello al collo in tuo padre veniva paragonato a un «pezzo di ricambio»?


«Ho provato indignazione verso un Paese in cui la vita del singolo, in questo caso mio padre, non ha alcun valore rispetto ai guadagni stratosferici che sono derivati dalla sua vendita a corredo di armamenti supersofisticati. Perché questa è la realtà emersa col caso Cervia: parallelo al traffico lecito e illecito di armi, ne esiste un altro di personale tecnico altamente qualificato che, qualora non accetti con le buone, viene sottratto alla sua famiglia con ogni mezzo».

Come consideri la storia di tuo padre: più cronaca nera o politica?


«Lo dicono chiaramente i documenti: è una triangolazione tra aziende di armi, servizi segreti deviati e politica corrotta. Somiglia a tutti quei casi, vedi la strage di Ustica, Ilaria Alpi, Emanuela Orlandi, che abbiano come filo conduttore la responsabilità di parte delle istituzioni e il depistaggio delle stesse per insabbiare i loro misfatti».

Il primo processo, dopo quasi 26 anni, sta per aprirsi. Cosa ti aspetti?


«Che venga riconosciuto che i ministeri citati in giudizio si siano spesi per evitare di arrivare alla verità. E che venga tenuto conto del fatto che io, mio fratello e mia madre abbiamo rinunciato ai 5 milioni di euro chiesti dai nostri legali come risarcimento. Tutti devono sapere che non abbiamo intentato questa causa per soldi, ma per sete di verità e giustizia».

Come sempre capita alle vittime di misteri di Stato, avrai conosciuto personalità importanti.


«L’emozione più grande fu incontrare papa Giovanni Paolo II che, nei primi anni Novanta, ci ha ricevuto in udienza privata mostrandoci solidarietà e stima. Non posso dimenticare i suoi due appelli all’Angelus a favore di mio papà».

Dove lo hai immaginato, in tutti questi anni?


«In una zona militare, desertica, a svolgere il suo lavoro, sorvegliato a vista da chi lo aveva rapito. Spero abbiano reso meno crudele la sua sofferenza».

Erika, cos’è la felicità?


«Uno stato d’animo a me sconosciuto, essendo mancato uno degli elementi che avrebbe dovuto comporla».

Come spiegherai questa storia a tuo figlio?


«Non so se è giusto mettere al mondo un figlio in una società sempre più allo sbando. Se dovesse succedere gli racconterò che suo nonno, Davide, fu tradito da quello stesso Stato che lui aveva servito con dedizione, lealtà e rispetto».

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fabrizio12
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Sono Fabrizio
Vi parlo un po' di me


Ciao a tutti, piacere. Il mio nome lo conoscete. Sono nato lo stesso giorno di Fabrizio De Andrè e Roberto Baggio e ciò, per ragioni diverse, mi inorgoglisce. Del primo, amo la poesia, la naturale empatia con gli ultimi e la giocosa sfrontatezza verso i potenti. Del secondo, apprezzo la fantasia in campo e la ricerca di un equilibrio fuori. Ai tempi delle elementari (Garbatella, Roma) correvo dietro a un pallone e al suo mito (Giggiriva). Delle scuole medie (Eur, Roma) custodisco con affetto le intemerate della professoressa Calvosa e le scazzottate con gli amici nei rettangolini di prato di fronte al Colosseo quadrato. Al liceo (scientifico) mi appassionai con differenti intensità ai poeti ermetici e alle ragazzine, con preferenza per quelle che avevano la borsa di Tolfa. Il 16 marzo 1978 tutto mutò quando fummo convocati in aula magna – le classi ammassate, concitate, le prof in lacrime – perché era successo un fatto grave, enorme, terrorizzante. Lo spartiacque. Il passaggio dall’io al noi. Il 23 novembre dell’80 ero nell’atrio della scuola, arrampicato in cima a un montagna di vestiti da ammassare in un camion per l’Irpinia. Negli anni universitari (La Sapienza, Roma) mi divisi tra Romeo & Juliette, Jim Thompson e le riunioni-fiume per mandare in stampa un giornale scanzonato e non allineato. Intanto, in sella a una Vespa rossa, facevo la gavetta in piccole testate. E nel giro di poco fui addirittura assunto. In un giornale vero. Con la previdenza e l’assistenza, la tredicesima e le ferie pagate. A 23 anni. Un sogno, di cui oggi porto un crescente senso di colpa pensando alle generazioni successive. Mi occupo da molto tempo di cronaca nera, malagiustizia e reticenze del potere. Della mia città amo le banchine del Tevere, la scalinata di viale Glorioso e i cancelli (intesi come stabilimenti balneari). Poesia preferita: “La ballata delle madri”. Canzone preferita. “Il testamento di Tito”. Film preferito: “Pauline à la plage”. Libro preferito: l’ultimo letto (“Omicidio al Giro”, di Paolo Foschi). Attitudini più gradite: generosità e coraggio delle idee. Meno gradite: arroganza e opportunismo. Lavori in preparazione: un romanzo-verità sulla storia di una suora vittima di stupro.